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Il Viaggio (Racconto)

Aggiornato il 16/06/2006 00:00 
 

“Il viaggio finisce qui..”Eugenio Montale

1

Non voglio, lo so bene che non voglio, ma dovrò partire. Altrimenti chi la sopporta mia madre per tutta l'estate: “ma cosa ti viene in mente,Aris! Non vuoi andare? Ma come puoi soltanto pensarlo? Un Lavoro interessante... .in un'isola greca…una bella isola…!”

“Zante non è poi così bella, mamma…ed il Lavoro che mi hai trovato non mi interessa affatto:rimorchiare clienti ricconi dal porto alle -villone- che gli hai affittato tu… soddisfare tutte le loro stramaledettissime richieste…”

“E io non soddisferò più le tue richieste! Non ti darò più denaro, non cucinerò per te...non pulirò più i portacenere pieni di cicche…e che cicche! Canne!”

E così, sono partito e sono qui, su questa nave carica dei primi vacanzieri d'estate, qui a sacrificare agli dèi marini i consigli, le raccomandazioni i suggerimenti di mia madre, per svolgere in modo eccellente il mio Lavoro.

La sento ancora la sua Voce stridula nei toni alti, lamentosa in quelli più bassi. La sento e si confonde con lo sciabordìo delle onde sul loro batti-e-ribatti sulla fiancata della nave. Di andare in nave l'ho ottenuto; almeno questo me l'ha concesso; sull'aereo non sarei salito, per nessuna ragione: è un modo di viaggiare che non sopporto: murati, fissi su quei sedili troppo morbidi, dover restituire sorrisi mielosi alle hostess che ti portano cibo, giornali e non so più che altro…e, per giunta, legarsi a quei sedili con la cintura…dannato strumento di morte!

Per altri viaggi, lei mi ha costretto ad usare quel mezzo che io ritengo così poco naturale: “Non vorrai andare a Londra in treno?! Non vorrai che, per farti un favore, attraversiamo l'oceano su una nave, quando da Milano, si arriva a New York in poche ore!?” Me li ricordo i viaggi fatti con lei per -conoscere il mondo-; tutto molto bello, ma non per me. Questa volta comunque, l'ho spuntata io, certo il passaggio in poltrona costa poco ed io che me ne faccio della cabina? Lei mi avrebbe pagato un volo in prima classe, pur che io me ne andassi: un bel Lavoro nell'agenzia di Petros, il

suo caro amico Petros !e sì certo un bel Lavoro: -Aris manda questo fax... Aris rispondi alle mails..

Aris va' dai signori Rossi…hanno un problema con la macchina…- Lo so che sarà così, ma per lei è un bel Lavoro, si guadagna e, come dice lei, s'impara a vivere. Ma intanto sono qui, in questa notte morbida di luglio; e non voglio pensare né a mia madre, né al Lavoro che farò. Non era questo il viaggio che volevo fare, dopo l'esame di maturità .In India volevo andare, nella guest-house aperta dal padre di Daniele, il mio amico, con cui avevo fatto tanti progetti, tanti sogni… Soltanto sogni, lo so bene, perché l'India, adesso soltanto a pensarci, mi fa anche un po' paura: cosa avrei fatto? Io con loro… e poi…Sarei partito con poco denaro… perché era questo che volevo, e poi? Mah! Forse qualcosa avrei trovato, forse? Per tutto l'anno ho sognato questo viaggio e poi… l'esame è andato male, niente maturità; il mio amico è partito con suo padre e io.. .Io devo andare in Grecia, a Zante, a fare questo meraviglioso Lavoro.

Mi piace questa notte; sulla nave quasi tutti dormono giù nelle cabine e qui sulle poltrone. Per quante volte ho attraversato questo tratto di mare? Tante, non saprei contarle. Mia madre dice che sono stato concepito a Creta, nell'albergo che mio padre gestiva con la sua famiglia. Può darsi che sia così. Una cosa è certa: è Creta l'isola che amo, che ho tanto amato. Era il mio rifugio da bambino, il mio miraggio per tutto l'anno e che poi, in estate, diventava realtà. Mi ricordo tante notti come questa: mi accompagnava la mamma a Creta, da mio padre, ogni estate. Erano estati lunghissime, giorni di luce, di suoni di colori intensi, che forse la distanza mi restituisce ora un po' sfocati, non so perché quasi avvolti da una nebbia di malinconia.

A Creta, nella cittadina in cui mio padre possedeva l'albergo, pareva che tutti mi aspettassero. E mio padre mi portava sempre con sé: pareva che la sua Automobile rossa solcasse l'aria, non la strada, e che quando ci allontanavamo, io e lui, sulla barca, nessuno avrebbe potuto raggiungerci. A

volte mi portava a scoprire angoli nascosti, piccole insenature, e freschi anfratti che si potevano raggiungere soltanto attraverso percorsi che lui conosceva… Noti solo a lui, certo era facile per me crederlo, e vorrei crederlo ancora, mentre scivola il tempo, mentre i ricordi mi catturano rendendo più triste il presente. No non era questo il viaggio che volevo fare! E almeno potessi tornare a Creta…Mi sarei accontentato di lavare i piatti in un ristorante, avrei guadagnato meno denaro, ma che importa! Non ho saputo impormi neppure in questo: non ho saputo insistere per andare a Creta; non ho superato l'esame di maturità…non ho saputo rispondere quasi a nessuna domanda. Eppure il saggio breve l'avevo fatto bene: “il male di vivere nella Letteratura e nell'arte del Novecento”; lei me lo aveva detto profe, che l'avevo fatto bene. Andavo bene con lei: il male di vivere ,sì certo...anch'io l'ho incontrato tante volte ed è anche qui il male di vivere, su questa nave che mi porta dove non vorrei andare a fare quello che non vorrei fare!

2

Cara Profe

Le sue mails mi confortano molto. Certo lo so che sono in un'isola cara ai poeti, cara a Foscolo, ma sì me lo ricordo. Io le ho sempre ascoltate le sue spiegazioni, me le bevevo tutte e me le portavo dentro, anche se gli appunti non li prendevo e per farmi interrogare, la costringevo a rimanere in classe anche dopo l'ultima ora dell'ultimo giorno di Scuola.

Per me queste di Zante, o di Zacinto, non sono -sacre sponde- lei lo sa, a Creta avrei voluto andare e là forse anch'io, come il poeta, avrei ritrovato l'infanzia, la terra fecondata dal sole, e forse lì ci sarebbe stata anche per me una Venere emergente dalle acque. Qui invece ci sono turisti tedeschi olandesi e italiani, capricciosi e arroganti che disprezzano quello che non conoscono e che si ubriacano di sera e si arrostiscono di giorno. Ma assistere indifferente a tutto questo, dice mia madre, fa parte del mio Lavoro. Ho portato molti libri, ma ho poco tempo per Leggere; devo consegnare chiavi di case, dare macchine a noleggio, organizzare escursioni dopo aver fatto naturalmente, la quotidiana dose di fax e di e-mails. Non so se resisterò a lungo qui; non so se a settembre tornerò a Scuola, non so alla fine, che cosa farò: mi sento veramente sconfitto e, con terrore penso, che forse ha ragione mia madre, quando dice che sono un inconcludente ed un debole, senza spina dorsale, come mio padre.

Ma forse anche lui ha vissuto questi momenti d'incertezza, forse anche lui si è trovato a fare, per necessità, ciò che non voleva. Non lo so; non ci siamo mai parlati apertamente, da Uomini, solo dialoghi e parole convenzionali, come se fossimo, e forse lo siamo, due sconosciuti. So già cosa mi dirà lei, nella prossima mail: “non nasconderti dietro questo fantasma,Aris! Tu non sei lui.” Provo a crederci, ma spesso il dubbio mi attanaglia e tutto quello che non sono riuscito a fare prende la figura di una maledizione: “la maledizione del destino, sulla nostra famiglia”, come mi dice sempre lui, indubbiamente, quando non sa cosa dire. Non provo risentimento né odio e non so, se la pietà che sento pensandoci, è per lui, o per me. Le scriverò ancora!

3

Mi aggrappo a questo puntone di roccia: il mare sotto di me, il cielo in alto, lontanissimo, qualche luce ancora si intravede in distanza, mentre la notte scivola via. Comincerà un altro giorno, un giorno di fax e di e-mails; eppure è questo lo stesso mare che parlava ad Ulisse che, incarnazione del destino, lo allontanava da Itaca ogni volta in cui la nave nera le si avvicinava. Nessuna nave, nessuna divinità marina ha fatto a me questo favore; sono qui ormai da due mesi e il Lavoro è diventato la mia vita in automatico. Ho scritto qualche lettera, qualche Poesia, i testi di due canzoni, e a mia madre ho detto che sì, più o meno, questo Lavoro riesco a farlo. Sono qui da qualche ora e sento di aver già trovato una consonanza con ciò che mi circonda, con tutto ciò in cui sono immerso: dalla loro distanza, mi parlano le stelle ...:

”Si devono Aprire le stelle,

nel cielo sì tenero e vivo…”

Mi accompagnano come una melodia questi versi di Pascoli, il poeta triste che amavo tanto. E sono queste le stelle che a volte contavo sulla terrazza del ristorante di mio padre e lui mi sorprendeva lì e mi diceva che una sera, una delle prossime sere mi avrebbe portato in un posto: “Andremo in alto, Aris... molto in alto e ti insegnerò i nomi delle stelle...”Non ha mantenuto quella promessa, né quella né altre, perché in quel mio ultimo anno sull'isola lui aveva sempre meno tempo per me. L'ho saputo dopo quello che gli stava succedendo, l'ho saputo ascoltando le lunghe conversazioni al Telefono, quando mia madre sfogava la sua disperazione con le sue amiche: “debiti... debiti fino al collo!...conti in rosso e assunzioni illegali; ecco cosa ha saputo fare! È un incapace”.

Potrebbe emergere da queste acque mio padre, bello come un dio marino,forte, illuminato dal sole con i capelli bagnati e lo sguardo invitante delle mattine d'estate:

“ ..vieni Aris! Scendi da quello scoglio, l'acqua è già calda… Vieni!”

Che cos'è stato mio padre? Un padre per l'estate, ma solo quando voleva lui, e come voleva lui. Ma era giovane e allegro, ed io credevo che fosse il più grande, il più forte, il più in gamba! È quello l'Uomo che dovrebbe emergere da questo mare, non quello che mi risponde distratto, ad ogni mia telefonata, e che, non perde occasione per farmi sentire la sua incommensurabile distanza. Forse il padre dei miei sogni dovrebbe aprirsi un varco tra le onde, come Teti appariva ad Achille, come le ninfe oceanine emergevano intorno a Venere in un fluttuante corteggio circondando la sua conchiglia regale.

Chissà se il mio amico è contento ora che è in India con suo padre: suo padre è quasi più alternativo di noi ragazzi; si veste come noi, o anche peggio, ha fatto tutti i lavori possibili per avere il denaro che gli serviva per la realizzazione del suo sogno. Io avrei proprio voluto andare in India con Daniele e con suo padre; avevo letto tanti libri sull'India… E sono venuto qui invece su questa isola che non mi appartiene, che non rappresenta per me né un mondo di ricordi, né un mondo di attese. È questo allora, è questo il fallimento, è questa l'incapacità di cui parla sempre mia madre: non ho saputo nemmeno dire a me stesso quello che volevo. Ho solo creduto di volerlo, ma non ho difeso niente di ciò che ritenevo importante. È questo il fallimento mamma? Davvero Scrivere formalmente fax e e-mails, indossare giacca e cravatta, mentre tutti stanno in costume e in canottiera,ti dà uno status? Ti rende qualcuno? Chissà cosa pensano di me questi signori di mezza età che scorto fino alle loro case sul mare? Questi gruppi ciancianti e ridanciani che si meravigliano della facilità con cui io passo dal greco all'Italiano e viceversa o dal greco all'inglese? L'inglese sì lo so piuttosto bene; l'ho imparato da tutti testi delle canzoni che ho scaricato, e poi per tre anni mia madre mi ha mandato a Londra, in casa di amici greci, naturalmente. Eppure a Scuola andavo male anche in inglese! “è perché non studi!” Diceva il professore, “hai un'ottima pronuncia… ma non studi!”. Ma che ne sapeva lei, professor Cambria, con il suo inglese masticato alla sicula! Lei ci spiegava la duration form e la regola dei due futuri, ed io leggevo Kerouak; i poeti romantici spiegati da lei mi facevano addormentare, ma l'ode all'urna greca che leggevo la sera, da solo in camera mia, era tutta un'altra cosa: lei li uccideva keets e Wolsward, io li amavo.

Mi sembra di aver ricevuto una spinta fortissima e di essere finito qui su questo scoglio, davanti al mare:

”Sentivo il cullare del mare…

sentivo un fru-fru fra le fratte...”

Che mito, profe, quando lei leggeva le poesie! E quando ce le faceva Scrivere! E quando… e quando ci presentò quel poeta, suo amico! Un mese fa ero ancora a Scuola, ma non volevo che quel fluire di tempo avesse un termine: uscire ed entrare in classe, sfogliare libri, sperare che Eleonora prima o poi capisse... e non ha proprio capito. Se lo ricorda profe quante volte sono stato sul punto di -fare quel passo-?. E invece no, qualcosa mi tirava indietro, sempre più indietro. Indietro da tutto: dalla conclusione del Liceo , -Aristoteles Karamanlis- NON MATURO; dal trovare un posto nella vita –Aristoteles Karamanlis- non possiede sufficienti competenze; e forse anche dalla vita –Aristoteles Karamanlis- non sa vivere. Forse è così.

Comincia un nuovo giorno; ma è fredda l'acqua, fredda come il suo invito. Non emerge per me nessun dio dai flutti. Il viaggio finisce qui.

Giugno 2006

Viola De Filippo

(Racconto apparso su Biblos Teller 1)