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Non Vedenti, Braille e Tecnologie di Stampa

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Assistenzialismo e disabilità: il paradigma del "Chiedere" deve trasformarsi in quello dell'Offrire"

Pubblicato il 09/10/2020 20:00 
 

Sono diventato cieco alla fine del 1995. Ho conosciuto da allora un Ambiente diverso da quello in cui ero abituato a vivere, anche perché in quest'ultimo la mia disabilità è stata uno stigma che ha indotto gli altri a trattare con me in modo "diverso".

Se oggi sono vedente e domani di colpo divento non vedente, non è che la società debba molto faticare per identificare in me una differenza, visto che la cecità è una diversità difficilmente occultabile. La cecità paradossalmente è una diversità biologicamente visibile.

Considerando socialmente il fenomeno, la società si avvale dello stigma per discriminare un individuo e inserirlo in una categoria Sociale ben determinata: tra i portatori di Handicap o, come si dice adesso, le persone con disabilità. La categoria delle persone con disabilità tuttavia è troppo generica, infatti la dinamica di individuazione prosegue categorizzando ulteriormente l'individuo in una categoria più specifica, nel mio caso quella della disabilità visiva.

Dopo la categorizzazione e l'inquadramento in un casellario ben definito, scatta la stereotipizzazione, al fine di fissare e attribuire a quell'individuo dei comportamenti stereotipici - veri o presunti - propri della categoria in cui è stato inquadrato. Per una persona non vedente quindi gli stereotipi più forti sono quelli del Bastone bianco, del Braille, degli occhiali scuri, dell'Assistenza, dei due estremi della totale incapacità o dell'eccezionalità delle capacità, un ulteriore stigma che ne esalta ulteriormente la disabilità.

Successivamente nell'individuo normodotato scatta la differenziazione, che lo induce a separare se stesso dall'individuo con disabilità. È un confronto spontaneo tra se stesso e l'altro, tra il marchio della disabilità dell'altro e la normotipicità di se stesso, in considerazione del resto della società apparentemente normotipica.

Nel paese dei ciechi di Herbert George Wells la normotipicità era la cecità degli abitanti di quel luogo, in cui il protagonista si era ritrovato ad avere in sé lo stigma Sociale e indelebile di vederci.

Il confronto nella nostra società è impietoso, la differenziazione scatta automaticamente, cancellando con un colpo di spugna il passato dell'individuo che diventa cieco, così come è successo a me.

Quando sono diventato cieco ho perso il mio status, quello che avevo costruito in ventuno anni di vita. Perso però non è il termine più giusto, si può dire che lo stigma mi abbia sottratto ciò che ero stato sino ad allora. Non parlo dell'identità tra me e una società che non mi conosce, ma dell'identità che avevo all'interno dei gruppi sociali a cui appartenevo prima: la famiglia, gli amici, i colleghi di Lavoro.

Sono così approdato, come in un attracco forzato in un mare in tempesta, nel gruppo Sociale dei non vedenti. Celare la mia cecità non era proprio possibile. In quegli anni è stata veramente dura venire fuori o essere più forte di quella stigmatizzazione Sociale in atto. Paradossalmente, se fossi stato ipovedente è probabile che il mio comportamento sarebbe stato quello di nascondere la mia ridotta capacità visiva, per evitare gli atteggiamenti compassionevoli o attenzioni marcatamente discriminanti. Non ipotizzo il mio comportamento a caso, prendo solo a prestito le storie che ho ascoltato direttamente da altre persone ipovedenti alle prese con la loro vita Sociale.

Nonostante la mia ribellione a quella nuova situazione Sociale in cui mi ero ritrovato, ero inerme di fronte all'impossibilità di ritornare alla normotipicità di prima e alla difficoltà di accettare la nuova categoria Sociale fortemente tipizzata in cui mi ero ritrovato.

Racconto la mia vita da cieco a supporto della mia analisi della situazione attuale, in cui tutte le altre persone non vedenti si trovano, nella maggior parte dei casi inconsapevolmente, così come lo ero io allora.

Tra il 1996 e il 1997 venni iscritto a un corso di Formazione per centralinisti. La ribellione in quell'anno si fece evidente, pur eccellendo in quel corso di studi nonostante le mie resistenze: alla fine del corso ebbi il voto più alto della classe. Ero stato catapultato in un gruppo Sociale diverso, in cui mai prima di allora mi ero trovato. Quasi ero indignato per la "facilità" delle prove a cui mi sottoponevano. Ero semplicemente entrato in una rete comune, con persone che avevano il mio stesso stigma. Ma la mia ribellione era data dal fatto che io come persona sentivo di non essere quello stigma che i normotipici vedevano predominante in me. Dall'altra parte l'unica caratteristica che accomunava me e i miei compagni di corso era solo la cecità. Ognuno di noi aveva le proprie rispettabili peculiarità, quelle caratteristiche che senza il marchio che ci accomunava avrebbero evidenziato la nostra personalità di fronte al resto della società; società abbagliata dai pregiudizi e dagli stereotipi, che ci ammassava in un unica rete di individui con disabilità visiva.

Una personalità debole ne sarebbe uscita piegata. Per l'autostima avere una disabilità è una caratteristica altamente nociva. Diventa ancora più nociva quando si entra lentamente in un gorgo assistenziale che consolida la sua Natura nel proprio modo di pensare e di essere. Non solo mi ribellavo alla condizione in cui mi ero trovato mio malgrado a vivere, ma mi deprimeva l'assistenzialismo che passivamente subivo: incanalato in un corso di Centralino, con la prospettiva futura che lo Stato mi avrebbe dato un Lavoro di centralinista; l'Assistenza dell'indennità di cieco Civile e del relativo Accompagnamento; gli ausili tecnici informatici forniti dal servizio sanitario nazionale; le agevolazioni fiscali per le persone con disabilità; e poi richieste, sempre continue richieste di aiuto, di Diritti mancati, di agevolazioni, di accesso. Era quello il prezzo da pagare per tentare il reinserimento nella società? E con che spirito avrei potuto essere riabilitato quando mi sentivo un soggetto capace solo di "chiedere" alla società e non di "partecipare" alla vita Sociale? Per i miei compagni di cammino quella era normalità, per me era solo atipicità. Allora però non riuscivo a razionalizzare tutto ciò, lo subivo con insofferenza.

Oggi identifico questa condizione delle persone non vedenti come una generale mancanza di identità Sociale e storica. I non vedenti hanno cominciato ad avere gli strumenti per tentare di costruire la propria identità Sociale a partire dalla metà dell'ottocento. Nella prima metà di quel secolo Louis Braille ha donato loro uno strumento inestimabile: il sistema Braille. Uno strumento simile i ciechi non l'avevano mai avuto. È come se le persone con disabilità visiva fossero nate per la prima volta. Lo svantaggio culturale con il resto della società però era evidente allora, e lo è anche oggi. Il mondo Sociale normotipico ha una Storia millenaria, Storia in cui i non vedenti non hanno avuto mai posto e Voce.

I non vedenti cominciano a muovere i primi passi solo dopo che viene dato loro uno strumento di Scrittura e Lettura, cioè uno strumento che ha permesso loro di iniziare a costruire una propria cultura.

Se le questue ottocentesche per i non vedenti di allora erano normalità, così come il mendicio dei secoli prima che li vedeva resistere anomicamente in una società del tutto o quasi indifferente, nel novecento e nel duemila le elemosine hanno cambiato veste. È necessario sforzarsi di comprendere la differenza tra Diritti ed elemosina. I Diritti acquisiti sono sacrosanti, strumenti per le varie disabilità che consentano alle persone di partire alla pari, o quasi. L'inserimento nella società però è ben altra cosa; un diritto acquisito non proietta automaticamente le persone con disabilità all'interno della società; soprattutto non impone alla società di inserire i non vedenti e le altre disabilità nel proprio grande gruppo Sociale.

Oggi l'identità Sociale delle persone non vedenti non è ancora formata, è ancora una parte assente, retaggio della mancanza di cultura e di Storia. Nessuno è da biasimare per questa assenza, è una situazione Sociale e antropologica inevitabile. I non vedenti sono come infanti alle prese con una società sempre più frenetica e veloce. Un bambino chiede e impara dai propri errori, cioè forma la sua mente e la sua personalità ad affrontare il gruppo Sociale in cui cresce. Un bambino riceve Assistenza, così come i non vedenti di oggi sono immersi in quel paradigma del "chiedere" e "ricevere" Assistenza tipico di un gruppo Sociale carente di esperienze e di Storia, che si trova a vivere in una società di difficile Lettura.

Delle dinamiche che hanno mosso i non vedenti dall'ottocento ad oggi ne scriverò in un articolo più argomentato. Qui faccio solo notare che i non vedenti di oggi non hanno mai smesso di "chiedere", volendo utilizzare un termine più pesante da sopportare, di "elemosinare". Il mendicio ha solo cambiato forma e Metodo. Se prima erano le singole persone prive di Vista a "chiedere" elemosina, oggi le dinamiche si sono evolute, ma la sostanza resta uguale. Oggi sono le organizzazioni delle persone con disabilità visiva a farlo, sempre in nome delle persone non vedenti. Il paradigma del "chiedere" è sempre presente, nonostante i moti di orgoglio che uniscono i non vedenti in reti sociali, accomunati dalla disabilità visiva. I Diritti acquisiti sono solo strumenti che garantiscono ai non vedenti più sicurezza. Tuttavia i non vedenti non sono ancora capaci di entrare a pieno titolo nella società di tutti, perché incapaci di offrire le proprie esperienze, la propria cultura, la propria Storia. I non vedenti, che hanno avuto gli strumenti per entrare nella Storia solo a partire dalla metà dell'ottocento, sono ancora culturalmente impreparati per inserirsi nella società. Pertanto i non vedenti "chiedono" - Diritti, accessibilità, emolumenti, agevolazioni ecc. -, senza comprendere che il paradigma del "chiedere", affinché la società sia indifferente al marchio della cecità, dovrebbe mutare nel paradigma dell'"offrire". Offrire significa partecipare, essere risorsa, essere attore della propria vita, contribuire al progresso della società. Sia chiaro che "chiedere" anche Diritti è giusto, ma non ci si può limitare a quello quando si desidera essere inseriti, perché quel desiderio resterà una chimera.

Oggi il paradigma del "chiedere" dovrebbe cominciare ad essere sostituito - e ci vorranno secoli affinché i non vedenti possano comprendere appieno questo concetto, semmai tra cento o duecento anni possano esserci ancora non vedenti - dal paradigma dell'"offrire". Per essere inseriti in una società, per amalgamarsi, per abbattere pregiudizi e stereotipi, è necessario partecipare offrendo la propria esperienza. I non vedenti di oggi chiedono sempre, chiedono Diritti, chiedono agevolazioni, chiedono e basta.... e da una certa prospettiva è giusto così, perché non c'è una reale parità di opportunità. È giusto che le persone con disabilità abbiano quei Diritti e la politica faccia uno sforzo per ridurre lo svantaggio con le persone normotipiche, ma è altrettanto giusto che le persone con disabilità non si limitino e fermino a "chiedere", ma abbiano oggi un moto di orgoglio e comincino a "offrire", cioè siano partecipi a pieno titolo della vita Sociale di tutti.

Per gli adulti non vedenti questo cambio di paradigma è difficile da attuare, se non impossibile. Eccezioni ne esistono, ma le eccezioni non diventano mai regola. Quindi da dove partire? Come sfruttare appieno tutti gli strumenti che oggi la Tecnica ci offre per costruire e Scrivere la nostra Storia di ciechi capaci di offrire, per contribuire a Scrivere la Storia del mondo insieme al resto della società?

Penso che bisognerebbe progettare il futuro, in primis educando i bambini sin dalla Scuola della prima infanzia. Famiglia, Scuola e Associazioni dovrebbero essere sinergicamente uniti. La famiglia per educare l'identità emozionale e la sensibilità del bambino; la Scuola per costruire la sua identità Sociale; l'Associazione per educarlo a conoscere le sue enormi potenzialità al fine di essere da adulto una persona alla pari, capace di "offrire" le sue abilità.

Ho svolto il Lavoro di centralinista dal 2001 al 2007, poi ho dato le dimissioni: le competenze e le capacità che avevo da offrire alla società erano altre. Altri amici centralinisti potrebbero dirmi: come faccio a cambiare Lavoro, con una famiglia alle spalle, con una società che non mi inserisce, con tutte le difficoltà della vita che incontro?

è necessario inquadrare il problema con una visione antropologica e sociologica. Non è possibile risolvere il problema dell'inserimento in una manciata di anni, viviamo in un meccanismo molto più grande di noi. Solo i bambini, se opportunamente educati, potranno entrare a pieno titolo nella società di tutti, ma per farlo bisogna che loro abbiano il supporto educativo in primis della famiglia, poi della Scuola e degli insegnanti, infine dell'Associazione. Possiamo farcela solo sforzandoci di cambiare modo di pensare il paradigma che ci troviamo malgrado a vivere, immaginando e insegnando ai nostri figli un paradigma che possa un giorno farli essere adulti alla pari, capaci allo stesso tempo di chiedere e offrire.