Darwin aveva sottovalutato i social network
Giuseppe Di Grande Aggiornato il 06/07/2026 08:00Ogni piattaforma ha una propria netiquette non scritta. Nessuno la insegna, nessuno la dichiara, ma tutti sembrano conoscerla perfettamente.
Su Facebook ci si scambia like e commenti veloci, come per dire: "Scusa il disturbo, sono passato solo a salutare, scappo immediatamente perché ho un sacco di cose da non fare." È il social del "bel post", del pollice alzato e della fuga strategica prima che qualcuno inizi una discussione di quarantasette commenti.
Su X i like e i commenti sono eventi astronomici. Se arrivano, consistono quasi sempre in una emoji scelta con estrema parsimonia, come se ogni carattere fosse tassato. Un cuore, una faccina che ride, un applauso. Fine. La sintesi è talmente estrema che presto basterà inspirare davanti allo schermo per pubblicare un'opinione.
Su Instagram il contenuto conta relativamente. L'importante è sembrare spontanei dopo aver dedicato quarantacinque minuti a scegliere il filtro giusto. Tutti cercano di apparire autentici, purché l'autenticità sia perfettamente illuminata, ritoccata e accompagnata da una didascalia profonda scritta mentre si fotografava un cappuccino, per non dire altro.
Su TikTok gli adulti fanno di tutto per sembrare adolescenti. Ballano, mimano, indicano scritte che compaiono sullo schermo, fingono sorprese, parlano a velocità doppia e recitano sketch improbabili. Tutto questo senza fermarsi un istante a riflettere sul fatto che stanno dedicando ore della propria vita a una piattaforma che, foneticamente, porta il nome dell'orologio di Topolino. È probabilmente il più grande esperimento sociologico mai riuscito: convincere milioni di persone mature a comportarsi come cartoni animati, senza che nessuno trovi la cosa minimamente strana.
Su Telegram sono ancora alla ricerca degli utenti. Credo esistano, ma vivano in una dimensione quantistica. Forse aprono il messaggio, leggono e richiudono tutto in meno di tre secondi. Nessun like, nessuna reazione, nessun commento. Solo due spunte che ti osservano in silenzio, come a dire: "Sappiamo quello che hai scritto." Nasconderanno qualcosa? Oppure Telegram è diventato il social ufficiale dei ninja.
Su YouTube, invece, tutti gli utenti, dico tutti, sembrano affetti da una curiosa forma di bipolarismo Digitale. O scrivono complimenti talmente entusiastici da farti sospettare che tu abbia appena ricevuto il Nobel, oppure sfoderano un'aggressività che farebbe sembrare diplomatico un litigio tra gladiatori. Le sfumature emotive sono state abolite. Il like è un bene rarissimo, custodito come un cimelio di famiglia. I dislike, invece, sono ormai fantasmi: esistono ancora, ma galleggiano invisibili nella dimensione astrale, evocati solo dai nostalgici di Internet.
E poi ci sei tu. Sì, proprio tu che, arrivato fin qui, stai già preparando il commento: "Veramente Darwin non poteva conoscere i social, perché ai suoi tempi non esistevano né Internet né l'Informatica."
Hai ragione. È una precisazione impeccabile. Inutile, ma impeccabile. Perché mentre tutti gli altri si limitano a usare i social, tu senti il dovere morale di correggere una battuta. Sei l'evoluzione naturale del fact-checker: l'uomo che non ride finché non ha verificato la cronologia degli eventi.
Ecco, tra tutte le specie che popolano il web, tu sei probabilmente la più riconoscibile. E, diciamolo con affetto, anche la più rompicoglioni.
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