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La Fine del Primo e Il Nuovo Anno Scolastico - Da “Un Cieco che Vede” del prof. Antonio Greco

Aggiornato il 17/03/2021 08:00 
 

La vita scolastica riprese il suo ritmo, e io facevo progressi sia nella Scrittura che nella Lettura. Alla festa della Candelora scrivevo già: "La festa della Candelora". Ben presto mi misi al pari dei miei compagni, e ormai facevo il "dettato" insieme con loro.

Senza accorgermi arrivarono le vacanze di Pasqua, dal Giovedì Santo al martedì della Pasquetta. Con gioia ritornai alla mia casetta per trascorrere le vacanze in famiglia. Nar­duccio mi venne incontro e mi prese per i pantaloni; dovetti prenderlo subito in brac­cio. Teneva in mano un'asta con in cima infisso un rettangolo di cartoncino: era un ventaglio su cui era dipinto S. Pantaleone, e Narduccio stava giocando a fare vento. La mamma, Uccia, Neve e i vicini di casa mi circondarono salutandomi con significative strette di mano: chi mi dava pizzicotti in faccia, chi mi batteva la mano sulla spalla; insomma tutti mi fecero gran festa. Poi corsi nel Giardino, nella stalla per salutare un coniglietto che avevo lasciato piccolino e che ora doveva essere grandicello, ma non lo trovai: mi disse mia madre che di notte un cane era entrato dal Giardino e lo aveva portato via. Rimasi senza parola. Ma poi mi ripresi. Saltai sull'albero più vicino e feci un po' di ginnastica. Tornai nel cortile, presi la bicicletta e, tutto contento, ripresi le mie passeggiate.

La sera venne Rocco, mi abbracciò tene­ramente e mi chiese per quanti giorni ero venuto. Io gli dissi che dovevo tornare a Lecce il martedì dopo Pasqua, ma egli non fu d'accordo. Mi disse che dovevo trascorrere con loro anche la festa della Madonna dell'Arcona che si teneva il giovedì dopo Pasqua. Disse che mi avrebbe giustificato lui all'Istituto.

Così potei passare anche quella festa in famiglia. Suonavano due concerti bandistici: Squinzano di Abate e Gioia del Colle di Fal­cicchio. Tutti dicevano che erano due grandi Bande. Io ne approfittai per Ascoltare molta Musica, perché già mi ero prefisso la mèta finale: diventare un professore di Musica. La Musica mi piaceva moltissimo. La sentivo nel sangue. Ma le cose poi non andranno così.

Il venerdì, verso le dieci, mi presentai in Istituto. E qui cominciarono le litanie. Non si ammettevano ragioni. Dovevo essere castigato. Mi dissero che il prossimo anno non mi avrebbero più mandato a casa per Pasqua. Io rimasi amareggiato. Ma per fortuna tutto finì lì. Riprese la vita scolastica. La signorina Rosaria, mia Insegnante, era contenta dei miei progressi e, giorno dopo giorno, si arrivò alla fine dell'anno scolastico. Fummo tutti promossi; però io, Spezzaferri e Calculli eravamo risultati i più bravi. Scrivemmo alle famiglie che potevano prelevarci per le vacan­ze lunghe. Allora la Scuola riprendeva il primo giorno del mese di ottobre; quindi potevamo stare a casa fino alla fine di set­tembre. Mi dispiaceva per quei ragazzi le cui famiglie non potevano ritirarli, ed erano costretti a trascorrere le vacanze in Istitu­to. Ce n'era più di uno che amareggiato ci salutava e ci diceva: "Beati voi"! Mi doleva il cuore. Ma allora non potevo fare nulla per loro. Negli anni successivi, spesso, conducevo qualcuno di loro in casa mia a trascorrere qualche giorno nella mia famiglia. Ma per quell'anno ero ancora troppo inesperto.

Tornai a casa che era la metà di giugno, e già l'attività agricola era in pieno fermento. Era finita la mietitura. Si preparava la raccolta del tabacco. Si controllavano le canne, i telaietti di legno "tiraletti" per appendere il tabacco ad essiccare. Anch'io passavo i giorni in campagna a giocare e a lavorare, per quello che potevo fare, anche perché tutto mi pareva un gioco. Infilavo le foglie di tabacco su un'asta di acciaio "spadino" che poi sfilavo su un filo di spago "anzerta". Gli spadini venivano ricavati dalle aste metalliche di ombrelli vecchi. Erano aste schiacciate con un foro ad ogni estremità. Io avevo imparato a preparare gli "spadini", rendendoli appuntiti ad una estremità, in modo che penetrassero, senza romperli, nei gambi delle foglie di tabacco. Poi io e Uccia face­vamo a gara a chi riempiva prima lo "spadino". Lei era sempre più veloce. Però io la superavo nel tirare l'acqua dalla cisterna che versavamo in un contenitore scavato nella pietra, profondo più di un metro, di Forma quasi quadrata con lato di un metro e mezzo circa. Dovevamo riempirlo, perché si potessero annaffiare le melanzane, i peperoni ed altri ortaggi.

La campagna che mio padre aveva preso a mezzadria si chiama: Madonna delle Grazie. C'erano alberi di fico, fichi d'India, un albero di pero, piante di carciofi lungo un sentiero stretto e lungo che conduceva ad un secondo podere facente parte del primo, denominato: Muzzi. Era bella la vita in campa­gna. A me piaceva molto, anche perché mio padre mi aveva procurato un altro cagnolino che era un gran giocherellone, ed io più di lui; eravamo sempre in continuo movimento. Mio padre spesso mi sgridava, perché il cane, nelle sue corse, andava a pestare e rovinare i vivai. Allora ero costretto a cambiare posto. Trascorrevo anche molto tempo con Narduccio. Ormai aveva tre anni e correva, saltava, si nascondeva, e provava molto Gusto a giocare con me. Io, naturalmente, dovevo vestirmi dei suoi panni; dovevo fingere, cioè, di avere la sua stessa età. Dovevo imitare il suo linguag­gio e piegarmi ai suoi capricci. Cercavo di seguirlo dappertutto, perché non gli capitasse qualche disgrazia, giacché le insidie non mancavano. Temevo il foro di immissione dell'acqua piovana nella cisterna, chè era abbastanza ampio da lasciar passare un bambi­no, per cui lo seguivo con apprensione e costanza. Gli altri lavoravano e non sempre era loro possibile sorvegliarlo. Cresceva bello e florido e tutti eravamo molto conten­ti. Erano contenti anche di me, perché la campagna contribuiva ancora di più a sviluppa­re armonicamente la mia Salute e i miei musco­li. Ero forte e felice. Ma, ahimè! I giorni e le settimane passarono presto, e le acque di settembre non si fecero attendere. Bisognava tornare in Istituto.

Il Nuovo Anno Scolastico

Preparai la mia cassetta e, qualche giorno prima dell'inizio dell'anno scolastico, rien­trai in Istituto. Il distacco dai miei mi rattristò, ma il maggiore dispiacere era rap­presentato dal distacco da Narduccio. Nei momenti di riflessione pensavo a lui, ma poi mi tranquillizzavo, sapendo che Uccia era forse più attaccata di me a quel fratellino. Infatti era sopratutto lei che lo accudiva, che gli lavava i panni, gli faceva il bagno e gli lavava la faccina ogni mattina.

Molti alunni, anch'essi, erano rientrati qualche giorno prima dell'inizio del nuovo anno scolastico che, questa volta, avrei incominciato a frequentare fin dal primo gior­no. Fui molto felice di ritrovarmi con compa­gni coi quali avevo legato vincolo di amici­zia. Ritrovai Spezzaferri, Calculli, Carluc­cio, Rizzi, Grittani che aveva trascorso le vacanze in Istituto per vicende familiari. Anche quei ragazzi che non erano stati fortu­nati a trascorrere le vacanze in famiglia, furono felici di poterci riabbracciare.

Ci organizzammo per vivere insieme quegli ultimi giorni di svago; poi sarebbe incomin­ciata la Scuola. Le assistenti ci parcheggia­vano in un largo spiazzale tra l'ampio giardi­no, i locali della Cucina e del refettorio. Qui conobbi per la prima volta tutti i giocat­toli di cui disponeva l'Istituto: biciclette di qualsiasi taglia, un aeroplano a pedali, molto bello, macchinine a pedali, un moto­scafo con una lunga leva che si azionava con le mani. All'interno c'era anche un vogatore a remi che simulava la conduzione di una bar­chetta. Insomma vi erano tanti di quei giocat­toli che io, prima di allora, non avevo mai conosciuto. In genere erano tutti passatempi di movimento che, oltre a divertire, servivano anche per sviluppare armonicamente la prestan­za Fisica, ed erano un valido Ausilio per l'Orientamento e la localizzazione. Chiesi ai più vecchi come mai la presenza di tutti quei giocattoli così svariati e interessanti. Mi fu risposto come la prima volta: che la defunta Direttrice, ogni volta che faceva un viaggio, non tornava mai senza premi e doni. Mi diceva­no che era molto sensibile allo sviluppo e ai problemi della categoria. Io non ebbi la fortuna di conoscerla, poichè era scomparsa un mese e nove giorni prima che io entrassi per la prima volta in Istituto. Solo oggi, mentre scrivo, ho potuto documentarmi meglio sulla Storia architettonica, sulla funzione educati­va dell'Istituto e sulla personalità della fondatrice Anna Antonacci, leggendo con lo Scanner del mio Computer un Libro pubblicato nel 1993 dal titolo: PALAZZO GIACONI^A E L'Istituto "ANNA ANTONACCI", di Andrea Cappel­lo, edizioni DEL GRIFO Lecce.

Passarono anche quei giorni spensierati, e il primo giorno di ottobre 1939 mi ritrovai nella nuova classe con i miei compagni della prima elementare, più un nuovo alunno venuto quell'anno: Antonio Lazzari. La nuova aula era sita al primo piano, attigua alla sala di ricreazione. La nuova Insegnante ci volle conoscere ad uno, ad uno. Nel parlare aveva un Accento differente dal nostro, ma molto simpa­tico. Ci disse che era napoletana e che si chiamava Amalia Dòtoli. Aggiunse che ci avreb­be condotti dalla seconda alla quinta classe elementare. Il suo primo intento fu quello di dialogare con ciascuno di noi, chiedendoci informazioni, pareri, notizie. Era una perso­na molto preparata e dotata di capacità didat­tiche non comuni. Era non vedente e preparata in tutte le materie di insegnamento. Proveniva dall'Istituto dei ciechi di Napoli. Da lei appresi così bene la Geografia Fisica e poli­tica dell'Italia di cui ancora oggi conservo viva impressione. Quasi ogni giorno verso la fine delle lezioni, ci leggeva libri per ragazzi: "Il piccolo vetraio", "Furietto", "Pinocchio", e molti passi del "Vecchio Testa­mento". Con lei imparai che il sole è fermo e che la terra gli gironzola intorno. Conosceva il Mappamondo e tante carte geografiche; e quando le era possibile cercava di trasferire il suo sapere in noi con brillanti risultati.

Aveva l'abitudine, da buona napoletana, di prendere il caffè ogni giorno verso le undici. Disponeva di una moca espresso ad alcool che gestiva autonomamente. Il compito di lavar­gliela toccava ai pochi ipovedenti che erano in classe con noi, ora ad Enzo Màrando, ora a Santino Maiorano. La nostra classe era riscal­data da un calore familiare profondo. Spesso parlava con noi come se fossimo adulti. Mette­va ciascuno di noi a suo agio, facendo vincere ai più riottosi la timidezza e l'indifferen­za.

Ci insegnava l'aritmetica con una perizia e pazienza da monaci. La Storia ce la presen­tava come un piacevole raccontino. Per l'ita­liano, gradiva la fantasia e sopratutto l'espressione del sentimento. In generale si dice che la Scuola stanchi. In verità, mi piaceva frequentare, perché imparavo tante cose che non sapevo e perché la maestra ci rendeva le ore interessanti e piacevoli.

Arrivarono le vacanze di Natale. Parecchi di noi le trascorsero nelle loro famiglie. Poi le vacanze di Pasqua, ugualmente alcuni le trascorremmo in famiglia. Però questa volta mi ingiunsero di rientrare il giorno stabilito, e quindi quell'anno non mi godetti la festa della Madonna dell'Arcona che, come al solito, si teneva il giovedì dopo Pasqua, e quindi un giorno dopo l'inizio delle lezioni.

Alla fine dell'anno scolastico era consue­tudine premiare i più meritevoli. Io fui giudicato uno dei più bravi della classe. Il Presidente dell'Istituto, Comm. Antonio Costa, mi consegnò di persona il premio consistente in tre saponette profumate. Mi pare che fummo tutti promossi in terza elementare e, contenti della promozione, ci preparammo a godere le lunghe vacanze estive.


I capitoli tratti dall'autobiografia "Un Cieco Che Vede" del prof. Antonio Greco, vengono pubblicati con l'autorizzazione dell'autore. Per contattare il prof. Antonio Greco e per informazioni sull'opera completa si può Scrivere a griconio@gmail.com