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La Casa In Montagna (Racconto)

Aggiornato il 22/05/2009 08:00 
 

Una volta, qualcuno, non ricordo chi, mi disse che Dio è un tipo strano, mi disse che nella vita niente può essere dato per scontato, le cose avvengono quando meno te lo aspetti e tu non puoi farci proprio niente, niente.

E' incredibile quanto noi, gli esseri razionali per eccellenza, ci ritroviamo impotenti davanti a certi eventi.

Il giorno del mio sesto compleanno, mio padre, mi regalò una scatola di costruzioni Lego, immagino che anche voi, durante la vostra infanzia abbiate usato questi giocattoli. La mia immaginazione infantile, si scatenava, come un puledro lasciato libero in una prateria e passavo ore a tessere le storie dei pupazzetti nel magico mondo della mia stanzetta, spesso mia madre doveva trascinarmi fuori di peso quando giungeva l'ora dei pasti.

Un pomeriggio, mentre ero in classe, mi ritrovai a fare uno strano pensiero. Immaginai, Dio come qualcuno, seduto in una stanza davanti ad un complesso di pianeti gigantesco, tra i quali c'era la Terra e lui, ci manovrava a suo piacimento, tesseva con noi varie storie, niente di più d'un bambino dall'immaginazione iperattiva che gioca con i pupazzetti del suo Lego.

Questo siamo noi. dei pupazzi manovrati da qualcun'altro. in quanto tali, non possiamo decidere del nostro destino.

Un esempio lampante, è il famoso mito di Edipo. Il padre lo abbandonò tra le montagne perché un oracolo, gli aveva predetto che sarebbe morto per mano del suo stesso figlio e che questi, avrebbe poi sposato la propria madre. Anni dopo era accaduto esattamente quanto l'oracolo aveva preannunciato, il giovane Edipo, inconsapevolmente aveva ucciso il padre durante una lite e in seguito aveva sposato la propria madre.

Quella sera, pioveva a catinelle, quando finalmente raggiunsi il teatro. giunto alla biglietteria, un'Uomo tarchiato, dall'aria seccata, probabilmente perché era stato costretto a fare uno straordinario, mi fermò:

"Ehi dove sta andando?"

"da... da mio figlio" risposi ansante per via della corsa "sta facendo uno spettacolo..." non feci in tempo a finire la frase, che vidi della gente uscire dalla sala chiacchierando e ridendo. - Merda! - pensai guardandomi intorno in cerca della mia famiglia. La trovai quasi subito, anch'essi mi videro e si diressero verso di me; mia moglie, teneva per mano il nostro secondo genito Alex, che allora aveva cinque anni, li seguiva da breve distanza Federico il nostro primogenito di nove anni, aveva l'aria mesta e mi sentii in colpa perché sapevo di essere io la causa di quella tristezza, Angela, mia moglie appena mi vide s'accigliò leggermente:

"Vittorio! Ma che sorpresa! Non ti aspettavamo" mi disse sarcastica:

"Ho fatto più in fretta che ho potuto" mi giustificai guardando Federico che si limitò ad annuire leggermente, chinò il capo e superata la madre si diresse a capo chino verso l'uscita:

"Non abbastanza" fece Angela trascinando con sé Alex che mi salutò con la mano.

Angela e i bambini, tornarono a casa con la loro macchina, io li seguii a breve distanza con la mia. pensando a come rimediare.

Avevo promesso a mio figlio che avrei assistito alla sua recita scolastica. Ora a sei anni di distanza non ricordo né il titolo, né di cosa parlasse, ma l'espressione del suo volto, non la scorderò mai, mi sembra ancora di vederla durante la notte, nei miei sogni più tormentati. Ero stato trattenuto in ufficio fino a quell'ora per ultimare una riunione molto importante.

Cosa avrei potuto dirgli?

"Federico mi dispiace, sono stato impegnato con il Lavoro ma la prossima volta..." Mah! Idiozie! Parole patetiche che si utilizzano solo per rilavarsi la coscienza.

Fui interrotto da un rombo improvviso, dalla curva sbucò un grosso camion che suonando il clacson si dirigeva ad una velocità allarmante verso la macchina di mia moglie. Una morsa di panico mi attanagliò le viscere e me le strizzò come panni intrisi d'acqua, quando vidi il grosso mezzo colpire il fianco della Panda blu di Angela mandandola a sbattere contro un grosso albero ai bordi della carreggiata, il panico si trasformò in terrore puro. Mai potrò scordare quegli attimi. breve eppure interminabili. Mi sembrò di rivedere la mia vita insieme a loro, scorrermi davanti agli occhi come un film.

Accostai precipitosamente, scesi dall'Auto e corsi verso la Panda per sincerarmi che stessero tutti bene, ma ciò che trovai, non mi diede il sollievo che cercavo.

Il fianco del piccolo Veicolo, era quasi completamente accartocciato verso l'interno, dalla parte del guidatore e nel mezzo di quei rottami contorti giaceva mia moglie in uno stato che preferisco non riportare, capii immediatamente che era morta, il volto era esangue e il suo torace non si muoveva, guardai sul sedile posteriore e vidi Alex, anche il suo viso era esangue, mi avvicinai per tastargli il polso e quando presi nella mia la sua piccola mano, la sentii inerte, ma ancora viva, cominciai a tremare, guardandomi nuovamente intorno, dov'era Federico? Non era in macchina!

Lo trovai sdraiato sull'erba a diversi metri di distanza, doveva essere stato sbalzato fuori, corsi verso di lui, il suo polso era molto debole, tornai alla mia macchina, afferrai il cellulare e chiamai un'ambulanza.

I medici mi confermarono che per Angela non c'era più nulla da fare, Federico morì durante il tragitto in ospedale, Alex invece si riprese ma nei sei mesi che seguirono, non spiccicò una parola.

Un pomeriggio, mio figlio, ormai undicenne, tornò a casa da Scuola con un depliant in mano ed un ampio sorriso sulle labbra:

"Non crederai a quello che ho trovato papà" mi disse euforico porgendomi il depliant, lo afferrai, mostrava una grande villa, in Stile gotico, davvero molto bella, secondo quanto era riportato sul depliant, si trovava in un paesino dell'Abruzzo e apparteneva ad una certa Marisa Storni, disponibile ad affittare la villa ad eventuali turisti di passaggio:

"Ci andiamo papà?" Mi chiese Alex con gli occhi che gli brillavano per l'eccitazione, erano anni che non andavamo in vacanza fuori e probabilmente già si immaginava a scorrazzare per quei prati, ad esplorare la grossa casa e magari fare amicizia con i ragazzini del vicinato, ma io non persi tempo a disilluderlo:

"No!"

"Perché?"

"Non posso muovermi ho da lavorare lo sai"

"ma dai! Prenditi un paio di settimane di ferie, non te le sei mai prese, te le daranno di sicuro"

"Ale ti ho detto di no!"

"Uffa!" Borbottò prendendo il depliant e sparendo nella sua stanza.

Nei giorni che seguirono, non pensai più a quel depliant.

Finché una notte, dei primi di giugno, andai in Cucina per bere un bicchiere d'acqua, il caldo era insopportabile e la sete mi attanagliava la gola, la prima cosa che notai quando accesi la luce, fu il depliant sul tavolo della Cucina, aperto alla Pagina che mostrava la villa, non ci badai più di tanto all'inizio, pensai che Alex doveva averlo sfogliato prima di andare a letto e poi l'aveva dimenticato lì:

- Ma se quando lo hai mandato a dormire stava guardando la televisione - intervenne subito la mia subdola coscenza:

- Sei sicuro che magari non si tratti di una presenza incorporea... - La feci tacere, alle tre di notte non mi sembrava di certo una buona idea quella di mettersi a fare certi pensieri. Andai al lavandino, riempii un bicchiere d'acqua e all'improvviso, la temperatura nella stanza calò vertiginosamente, il bicchiere divenne talmente ghiacciato che mi scivolò dalle dita intorpidite e cadde infrangendosi sull'impiantito, vidi persino degli sbuffi bianchi quando espirai, lo sportello della credenza si spalancò da solo e il barattolo del sale cadde spargendo il suo intero contenuto sul ripiano della Cucina.

Il tutto sarà durato meno di cinque minuti, poi finì, lo sportello si richiuse con un tonfo e fui di nuovo solo...credo.

Mi guardai in torno con gli occhi sbarrati:

"Chi sei!" urlai quando riacquistai un minimo di autocontrollo, ma non ricevetti risposta, il mio sguardo cadde sul cumulo di sale rovesciato e sul messaggio che una presenza invisibile aveva scritto al di sopra:

- AIUTALI -

"Chi?" domandai, d'un tratto mi accorsi di quanto dovevo essere ridicolo in piedi accanto ai vetri infranti di un bicchiere a parlare ad un cumulo di sale. Ad un probabile vicino di casa spione sarei potuto sembrare un pazzo buono per il manicomio, ma non mi importava, tornai a fissare il depliant ancora sul tavolo, ora ne ero certo, quando mio figlio era andato a dormire, non c'era.

Dopo circa quattro ore di viaggio, finalmente giungemmo davanti alla casa, ne rimanemmo subito incantati, era bella proprio come la descriveva il depliant, ma intorno ad essa aleggiava una strana atmosfera, sentivo risate infantili per tutta la boscaglia circostante che delimitava il Giardino, ma non ne vidi nessuno, eccetto una bimbetta di non più di tre anni correrci in contro per i primi cinquanta metri, osservarci curiosa e poi tornare in dietro verso l'ingresso della casa, dove una Donna sulla settantina con i capelli candidi e un sorriso materno sulle labbra ci aspettava insieme ad un'altra Donna molto più giovane: sembrava sulla trentina, i suoi lunghi capelli ramati erano trattenuti dietro la nuca in una coda alta, quando fui più vicino, notai anche i suoi occhi del Colore del cielo ed immediatamente distolsi lo sguardo per timore di perdermici, la piccola si rifugiò dietro la Donna più giovane, le somigliava molto, dedussi perciò che doveva essere la figlia.

"Salve" ci accolse la Donna più anziana quando le raggiungemmo:

"Lei deve essere il signor Vittorio Seta, ci siamo sentiti la settimana scorsa, io sono Marisa Storni" mi tese la mano che strinsi:

"Lei è mia nipote Karen Kollins" ci stringemmo la mano, i nostri occhi si incontrarono e indugiarono per qualche istante di troppo, mi stava studiando come io studiavo lei "non è italiana?" Le domandai quando ripresi fiato, lei sorrise, un sorriso che avrebbe abbagliato anche un cieco.

"Mio padre era americano" spiegò ed io annuii per darle ad intendere che avevo compreso "e questa piccolina è Michela mia figlia" aggiunse appoggiando una mano sulla testolina della bimba che nascose subito il viso dietro di lei "Michi dai saluta" una manina paffuta sbucò da dietro la Donna e ci fece un simpatico cenno di saluto aprendo e chiudendo le dita, sorrisi, non potei farne a meno "ciao"le dissi "questo è Alex mio figlio"

"ciao ma sai che sei proprio un bel giovanotto?" lo salutò Marisa stringendogli la mano, mio figlio rise imbarazzato "ehm grazie" disse "vi mostro la vostra stanza?" ci propose Karen "d'accordo" risposi, lei si incamminò trascinandosi dietro la bimba aggrappata con la piccola mano ai suoi pantaloni. Ci fece strada per lunghi corridoi, poi dopo aver salito una rampa di scale a chiocciola, attraversammo un'altro ampio corridoio fino a raggiungere la stanza in fondo, trasse dalla tasca posteriore dei jeans una chiave e la aprì, la stanza non era molto grande, ma comunque accogliente e ben riscaldata:

"Per quanto tempo avete intenzione di trattenervi?" mi domandò la giovane Donna mentre Alex si addentrava nella stanza per esplorarla sotto lo sguardo incuriosito di Michela:

"Beh mi sono preso due settimane di ferie, quindi non credo di poter restare per più di una decina di giorni"

"bene, se dovreste avere bisogno di qualcosa, non esitate a chiamarmi, ora vado, andiamo Michi"

"aspetta" rispose la piccola avvicinandosi ad Alex, Karen scosse la testa e guardò la bambina con un sorriso colmo d'amore, poi guardò me fingendosi stizzita "è incorreggibile, prima fa la timida, poi...!" io risi "la porto io giù"

"d'accordo" si rivolse alla figlia "Michi fai la brava" ciò detto uscì.

Risultò una scelta azzeccata, Alex e Michela nonostante la differenza d'età acquisirono subito un rapporto quasi fraterno. la piccola, come tutti i bambini di tre anni, faceva molte domande e guai a darle una risposta poco chiara.

Nei giorni che seguirono, ebbi modo di notare, che tanto la casa, quanto il Giardino erano disseminati di giocattoli e mi sembrò assurdo che fossero tutti solo per una bambina. Un pomeriggio ne chiesi la ragione alla signora Storni ed ella mi spiegò che effettivamente non erano solo per Michela:

"Spesso da noi vengono molti bambini" spiegò "sono anni ormai"

"quali bambini?" chiesi costernato, in quei tre giorni non avevo visto altri bambini al di fuori di Michela, mio figlio e quelle risate infantili provenienti dalla boscaglia. La Donna, sorseggiò il suo caffè, poi si sporse con il busto verso di me e con aria cospirativa mi domandò "lei li sente?"

"cosa?" chiesi e per qualche strana ragione mi vennero in mente quelle risate infantili "i bambini che abitano qui intorno vuole dire? Beh sì ma non li ho mai visti e la cosa mi sembra strana"

"allora li sente!"

"Beh certo, non sono Sordo!" Ribattei spazientito, lei spostò lo sguardo nella direzione opposta, come se qualcuno fosse improvvisamente entrato nella stanza, feci lo stesso e vidi, un bambino sui sette o otto anni seduto su un Cavallo a dondolo di legno posto in un angolo della stanza che ci osservava con aria solenne, come a farci intendere che lui conosceva molte cose. La Donna sorrise:

"Non vedi che stiamo parlando?" disse autorevole "su vai a giocare con gli altri" il ragazzino non rispose, si limitò ad annuire, poi, per un istante, posò i suoi grandi occhi castani su di me e scomparve, lasciando al suo posto solo un ricciolo di polvere, deglutì...cazzo quella era roba da film del terrore di serie C.

Guardai sbigottito la Donna che tornò a sorseggiare il suo caffè come se nulla fosse accaduto:

"Come è possibile?"

"Ho cominciato a riempire questa casa di giocattoli e loro sono venuti, sa fino a due anni fa, prima che Karen e la sua bambina venissero a vivere qui, mi sentivo sola, io ho sempre adorato i bambini, così ho cominciato a...ecco a chiamarli sì... a chiamarli...così quei bambini che non sono riusciti ad andare nell'aldilà, vengono qui"

"dunque sono fantasmi?" domandai incredulo, ma lei scosse la testa "io li chiamerei anime smarrite" rispose tranquilla, quasi si stesse parlando del tempo. poi i suoi occhi ebbero un lampo e aggiunse "lei ha perso un figlio, vero?" Rabbrividii, come faceva a sapere di Federico "è stato qui?" chiesi sentendo il sudore colarmi lungo la fronte, Marisa scosse la testa "è ancora qui" affermò, a quel punto persi la pazienza e mi alzai di scatto rischiando di rovesciare la sedia, "devo andare" dissi tentando di reprimere il più possibile la collera, lei annuì "a dopo" disse.

Salii le scale e raggiunsi il corridoio dove incrociai Karen che recava tra le braccia un cesto con dei panni da stirare "ciao" mi salutò. Stavo per rispondere, quando, sentii delle risate infantili provenire dalla soffitta, fissai la rampa di scale che portava ad essa quasi in trance "c'è qualcosa che non va?" mi domandò Karen "non li senti?"

"sento cosa?" Non risposi e corsi precipitosamente su per le scale, salii i gradini a due a due e spalancai la porta della stanza. Era molto vecchia e vi aleggiava all'interno uno stantio odore di polvere, anche quella stanza era piena di giocattoli, nel momento in cui entrai, le risate scomparvero, mi inoltrai nella stanza e in un angolo, vidi un bambino dai capelli e gli occhi nerissimi che mi guardava con un'espressione rabbiosa che mi diede i brividi, indietreggiai e uscii sbattendomi la porta alle spalle.

Quella sera, ne parlai a Marisa:

"Hai conosciuto un'anima smarrita...la più smarrita, quel bambino ha molto rancore dentro di sé, perché quando è morto, nessuno ha pianto per lui, nessuno gli ha mai dimostrato affetto e tiene prigioniere le anime degli altri bambini perché non vuole che raggiungano la pace spirituale dell'aldilà"

"è terribile!" Esclamai.

Tra una cosa e l'altra, i miei sentimenti per Karen divennero sempre più forti, una sera, eravamo entrambi in terrazza:

"Mia nonna ti ha parlato dei bambini vero?" Mi chiese "li hai visti anche tu?" Le chiesi sbigottito, lei rise di Gusto sventagliando la mano in un gesto di diniego "stai scherzando!"

"Ma tu le credi?"

"Beh solo perché non li vedo, non vuol dire che non le credo...lei è sempre stata una Donna sincera" mi sorrise, sotto la luce della luna, sembrava ancora più bella. Non potei trattenermi, le cinsi i fianchi levigati e la baciai, dapprima le nostre labbra si sfiorarono, poi, si cercarono più a lungo, la strinsi a me "ti voglio" mormorai "Michi dorme...andiamo in camera mia" ansimò lei.

Raggiunta la camera, ci accorgemmo che la bambina non era nel suo letto, Karen impallidì "Oh mio Dio" mormorò, guardammo verso il terrazzo e con orrore, ci accorgemmo che la piccola era in piedi, in precario equilibrio sulla ringhiera, Karen strillò, corsi verso la bimba e l'abbrancai qualche secondo prima che precipitasse, Karen corse verso di noi e la prese tra le braccia stringendola a sé, cominciò a piangere, guardai di sotto e scorsi una figura svanire dietro un cespuglio.

"Cosa ti è saltato in mente!!!" La rimproverò la madre, Michela piangeva seduta sul suo lettino "mi ha detto di venire a giocare con lui"

"chi Alex?" Michela scosse il capo "no un'altro bambino"

"aveva i capelli e gli occhi neri?" le chiesi, lei annuì tirando su col Naso "non devi ascoltarlo" affermai.

L'ultima sera, andai da Karen e le proposi di fare un giro in macchina, lei accettò volentieri, anche se con un po' di riluttanza, dato quello che era accaduto alcune sere prima.

Quando tornammo, notai uno strano scompiglio nel Giardino, mi avvicinai e vidi i piedi di mio figlio dimenarsi nello stagno, urlai il suo nome e mi precipitai in quella direzione, lo afferrai per la vita e lo tirai su con non poca fatica, vidi nel fondo dello stagno una faccia ghignante di bambino, che teneva pressato Alex sott'acqua in un chiaro tentativo di non lasciarlo riemergere, alla fine, con la forza della disperazione, riuscii a strattonarlo indietro e lo tenni saldamente contro di me. Mio figlio tossì convulsamente per riprendere l'aria che gli era stata sottratta, Karen ci raggiunse, prese Alex tra le braccia e lo portò dentro casa, il bambino dai capelli neri, mi guardò con odio, tentai di sostenere il suo sguardo, poi sentii qualcosa abbrancarmi la caviglia e caddi in acqua, una forza brutale e misteriosa, mi teneva sotto, sentii un crampo attanagliarmi la gamba, pensai che sarei morto, avrei raggiunto Angela e Federico e...

"Papà" una Voce di bimbo, aprii gli occhi e tra i flutti vidi un volto, lo stesso che mi aveva fissato mestamente quella tragica sera, ora sorrideva mentre mi portava a riva "Federico" mormorai, mi ritrovai in breve tempo carponi sulla sponda a tossire convulsamente. quando alzai lo sguardo, vidi una trentina di bambini tra i tre e i dodici anni che mi fissavano: chi incuriosito, chi sorridente, chi diffidente e tra essi, vidi Federico, con gli stessi vestiti che aveva indossato quella sera, gli stessi riccioli castani che gli incorniciavano il viso "grazie.... ti voglio bene" mormorai, mio figlio sorrise "lo so...anch'io ti voglio bene papà" abbassai lo sguardo colto da un conato, quando lo rialzai, i bambini non c'erano più, vidi solo Karen e Alex correre allarmati verso di me.

Anna Ceglia

(Racconto apparso su Biblos Teller 1)