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L'Uragano - Da “Un Cieco che Vede” del prof. Antonio Greco

Aggiornato il 08/09/2021 08:00 
 

E l'uragano non si fece attendere.........

La nostra automobile si stava facendo vecchierella, e Paolo manifestava il desiderio di una macchina nuova e più rispondente alle esigenze della famiglia.

Dopo avere visitato più concessionari, ci fermammo all'Alfa Romeo. Era uscita una nuova vettura Alfa - Nissan denominata ARNA che pareva rispondere meglio alle nostre esigenze: non alta di cilindrata, abbastanza capiente e poi tutta la garanzia che poteva offrire una casa automobilistica come l'Alfa Romeo. Decidemmo l'acquisto, e il 5 gennaio dell'84 la conducemmo a casa nostra.

Sembrava una buona macchina; ma non tardò molto a smentire le nostre previsioni. Una mattina, dopo pochi mesi dall'acquisto, mentre ero pronto per recarmi a Scuola, la macchina non parte più. Che cosa sarà successo? Non sapevamo dare risposta. Invitammo il tecnico dell'Alfa Romeo di Maglie e ci disse che era la calotta. Ma i guai non finiscono qui: altre mattine, ora le candele, ora i cavi delle candele, ora una cosa, ora l'altra, quella macchina non andò mai bene. Come se non bastasse, nel luglio dell'85, mentre era parcheggiata, venne investita da una automobilista distratta. Venne riparata e si andò avanti.

L'8 agosto dell'86, dopo quel 3 agosto del concerto di cui ho parlato prima, ero andato a pesca con amici ai Laghi Alimini, con straordinario permesso di pesca. Paolo era impegnato in un torneo di "calcetto". Egli si serviva della ARNA, e noi ci accontentavamo ancora della vecchia PRINZ. La sera (parlo sempre dell'8 agosto) da Otranto ci recammo a Castrignano per alcune faccende. Ma al ritorno la PRINZ non si metteva in moto: era scarica la batteria. Bisognava partire a spinta. Teresa voleva lasciarla in garage e servirsi dell'ARNA. Paolo ci pregava insistentemente di lasciarla a lui. Ci faceva osservare che era invitato a un compleanno in casa del futuro dottor Antonio Zacheo. Alla fine io risolsi la questione: non l'avessi mai fatto!! Per quel che successe dopo!

A spinta tornammo a Otranto, lasciando l'ARNA a Paolo.

Fattasi sera tarda, ce ne andammo a letto; ma dopo seppi che io dormivo e Teresa vegliava, perché Paolo, era notte fonda e non si ritirava ancora.

La mattina seguente, verso le sette, arriva mio fratello Narduccio, in lacrime, e ci comunica che Paolo aveva subito incidente con la macchina, e che si trovava in rianimazione al Vito Fazzi di Lecce. Non ho parole per descrivere lo stupore, lo sbandamento, la disperazione, l'ansia, l'attesa fino all'ospedale, poichè Narduccio ci volle accompagnare con la sua stessa auto.

Arrivati lì ci fu detto che Paolo era in sala operatoria. Ci passò davanti in barella, ma era già in coma. I medici ci dissero che la cosa era grave: aveva subito trauma cranico con sospette lesioni cerebrali. La nostra disperazione divenne baratro. Non ci rimaneva altro che arrampicarci alla speranza che, come si dice, è l'ultima a morire. Ci accampammo fuori dall'ospedale in attesa che da un momento all'altro ci potessero fornire notizie di miglioramento. Furono nove giorni di calvario, di alti e bassi: ora ci dicevano che avverte qualche stimolo, ora ce la davano cotta. Non parliamo poi delle disfunzioni del nosocomio: la TAC non funzionava. Per sottoporre Paolo a questo esame, nonostante le sue gravissime condizioni, fu trasportato in ambulanza ad una clinica privata, la mattina del 14 agosto. L'esito fu deleterio: le sue condizioni rimanevano disperate. Eravamo abbattuti, stanchi e sfiniti; ma la forza della speranza ci sorreggeva ancora.

Chiedemmo informazioni sulla dinamica dell'incidente, e ci fu detto che avvenne a circa tre chilometri prima di Otranto, sulla strada Maglie - Otranto; che fu condotto all'ospedale di Maglie, e per la gravità del caso, trasportato in rianimazione a Lecce. Ci fu detto che era ignota la causa dello stesso incidente, che, non si sa come, dopo uno spazio senza guard-rail, era andato a sbattere contro le prime sbarre, scardinandone tre. Una orizzontale si era conficcata nel faro anteriore destro ed era uscita dal finestrino sinistro. Però non si sapeva ancora l'ora esatta della disgrazia, finchè, dopo giorni dal funerale, non siamo andati io, Clelia e Teresa per pagare il carro - attrezzi e per osservare la macchina incidentata. Clelia, osservando attentamente il cruscotto, notò che l'orologio era fermo all'una e trentacinque. Così deducemmo che l'incidente si era verificato esattamente in quell'ora.

Intanto fiduciosi, sfiduciati e dubbiosi, attendevamo lo svolgersi dell'evento quando, il sabato pomeriggio fummo invitati dalla dott.ssa di turno per comunicarci che l'elettroencefalogramma risultava piatto, e che quindi era preferibile trasportarlo a domicilio, prima del dichiarato decesso ufficiale. Io, in lacrime, la pregai se potevamo lasciarlo ancora qualche giorno per un ipotetico miglioramento. Ella, molto gentile e forse anche commossa, esaudì il nostro desiderio. Ma all'indomani, verso le cinque pomeridiane, fummo ancora convocati dal medico di turno, il quale ci disse che ormai non c'era niente da fare, e che era consigliabile trasportare il malato ancora in vita meccanica. A malincuore e senza possibilità di altra scelta, dovemmo accettare il verdetto. Incaricammo un'ambulanza privata, parcheggiata sul posto e ce lo portammo a casa.


I capitoli tratti dall'autobiografia "Un Cieco Che Vede" del prof. Antonio Greco, vengono pubblicati con l'autorizzazione dell'autore. Per contattare il prof. Antonio Greco e per informazioni sull'opera completa si può Scrivere a griconio@gmail.com