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L'Istituto Magistrale - Da “Un Cieco che Vede” del prof. Antonio Greco

Aggiornato il 28/07/2021 08:00 
 

Arrivato settembre, non si intravedeva nulla di nuovo. Riebbi il mio incarico di supplenza annuale ancora alla Scuola media dell'Istituto dei ciechi "Anna Antonacci" di Lecce. Ripresi le mie lezioni di Italiano, Storia, Geografia ed Educazione civica, e i miei alunni furono lieti e felici di potermi riavere ancora con loro. Ma un bel giorno, mi pare che fosse la fine di ottobre, tornato a casa trovai la nomina triennale al Liceo-ginnasio di Casarano da parte del Provveditore agli Studi di Lecce per l'insegnamento di filosofia e Storia.

Castrignano dista da Casarano una ventina di chilometri circa. Era il 1964. Mi ero sposato da meno di due anni e non possedevo ancora l'automobile. I preparativi del matrimonio mi avevano succhiato tutti i miei risparmi, e dovemmo cominciare da zero; per cui non mi potevo permettere ancora l'acquisto di una utilitaria.

Mi premurai di avere informazioni sui mezzi pubblici che mi potevano permettere di raggiungere la sede di Casarano e di tornare a Castrignano in giornata. Non esisteva nessun mezzo pubblico che mi assicurasse l'arrivo in tempo al liceo per l'inizio delle lezioni. Allora mi premurai di sapere se altra persona si recava a Casarano per motivi di lavoro, in modo da farmi accompagnare. Zero su zero. Per fortuna trovai ancora il mio compare, il preside Antonio Donno che mi aveva accompagnato durante la mia prima supplenza di insegnamento proprio a Casarano, il quale, però, non insegnava più in quel liceo. Chiesi a lui se conoscesse qualcuno che poteva darmi una mano. Non conosceva nessuno. Però mi disse:

- Domani andiamo a Lecce da un mio amico sul provveditorato e cerchiamo di farti cambiare la sede. -

Io lo ringraziai per la disponibilità e il suo altruismo e attesi con impazienza il giorno seguente.

Andammo a Lecce sul provveditorato, dal suo amico, il sindacalista Ciccio Mazzotta. Ci accolse con entusiasmo e familiarità. Gli esponemmo il caso e ci disse subito che eravamo fortunati; che io ero "nato con la camicia": (II) proprio a Maglie, all'Istituto Magistrale c'era una cattedra di filosofia libera. Io esultai dalla gioia e lo pregai vivamente di risolvermi il problema. Ci fece attendere in sala d'attesa e dopo poco tempo eccolo lì col foglio della nomina per la succursale dell'Istituto Magistrale di Maglie, in mano.

- Ecco - ci disse. - Vai a Maglie e prendi servizio. -

Non sto a dire la mia emozione e la gioia di poter disporre della sede più vicina per le scuole superiori. Lo ringraziai di vero cuore e gli dissi che tutti gli uomini dovevano essere disponibili e pronti come lui. Sorrise; mi strinse la mano e mi fece i migliori auguri.

Tornati a casa, in serata, mi recai subito dal vicepreside incaricato dell'Istituto Magistrale di Maglie, prof. Nicola Giannotti. Mi ricevette con una familiarità, come se mi avesse conosciuto da tempo. Gli spiegai la ragione della mia visita, e mi disse che già da tempo aveva sentito parlare di me, e che era felice di potermi avere nel suo Istituto. Anzi aggiunse che avrebbe cambiato un po' le cose e che mi avrebbe assegnato la sezione B, tutta femminile, poichè la C, che era l'ultima sezione, era mista. Ringraziai anche lui e tornai a casa felice come poche volte in passato.

L'impatto con le classi

E' significativo il termine "impatto" usato nel titolo. Infatti feci il mio ingresso nelle classi con tanta emozione, con riverenza e anche con timore per l'arduo compito che mi attendeva: dovevo insegnare filosofia, pedagogia e psicologia. Devo essere sincero: per quanto concerne la filosofia non avevo grossi problemi, se non quello di rivedermi di volta in volta le future lezioni nelle tre classi: seconda, terza e quarta. Ma quello che mi creava apprensione era la pedagogia e la psicologia, poichè, venendo dal classico, queste discipline non erano state nemmeno sfiorate. Avevo sostenuto soltanto qualche esame all'Università.

Tuttavia misi l'animo in pace. Mi armai, come sempre, di coraggio e tanta buona volontà e cominciai il mio rispettabile compito. Ero sopratutto teso, perché sapevo di affrontare una difficile battaglia: quella dei pregiudizi. Affilai le mie migliori armi, quelle del "buon senso", e cominciai l'opera. Sapevo che professori ed alunni mi avrebbero osservato con bonaria curiosità, aspettandosi che gli alunni me l'avrebbero fatta sotto il naso, durante l'interrogazione, con la consultazione di libri ed appunti. Me l'aspettavo pure io, sapendo della scarsa conoscenza che gli altri hanno di noi non vedenti, delle nostre possibilità, delle nostre capacità di trovare quasi sempre un rimedio ad ogni problema. Le aspettative non si fecero attendere. Entrando nelle classi dedicai parte della prima lezione sul rapporto che intendevo stabilire con le alunne, giacché avevo classi femminili. Dissi che sarei venuto incontro ad ogni loro difficoltà, ad ogni loro problema, ad ogni loro esigenza; che non dovevano vedere in me l'inquisitore, ma un amico, un fratello maggiore, un padre di famiglia che tutto può volere, tranne il loro male. Le avvertii che non dovevano ricorrere a sotterfugi, come quello di venire alla cattedra, durante l'interrogazione con libri o con quaderni, perché prima o poi le avrei scoperte e mi sarebbe molto dispiaciuto. Le avvertii che gradirei meglio una sincera confessione di impreparazione che un inutile e nocivo inganno.

La mia predica sembrava essere bene recepita dalle future insegnanti, ma sporadici episodi da parte di qualche alunna più sprovveduta non si fecero attendere. Una volta mi accorsi che, man mano che conducevo la così detta interrogazione, udivo, di tanto in tanto un impercettibile fruscio di pagine. Volli essere prudente e continuai come se nulla stesse succedendo. Cominciai a fare domande su punti delle lezioni distanti tra di loro, in modo che l'esaminanda fosse costretta a girare pagine per trovare la risposta. Quando il mio sospetto divenne certezza, - Adesso - le dissi - vai al posto, lascia il quaderno e vieni che ti interrogo senza il quaderno. -

Nella classe ci fu un silenzio di tomba. Penso che tutte si guardarono in faccia sorprese, meravigliate e stupefatte. L'alunna rimase muta: non si difese; fu presa da un pianto spontaneo. Mi chiese scusa. Rimase turbata e pentita. Le dissi che non c'era bisogno, ora, di piangere. La Scuola è stata istituita per educare e non per punire.

Le dissi che "errare, humanum est, perseverare...".

- Se diverrai seria e studiosa - le dissi - non terrò conto di questa birichinata; ma se non saprai approfittare di questa lezione, i guai saranno tuoi. E, attente, - rivolto a tutta la classe - che la lezione valga anche per tutte voi; anche se sono convinto che non lo avreste fatto. -

Durante i primi anni del mio insegnamento alle superiori, più di una volta si verificò tale inconveniente; ma col passare degli anni le alunne più vecchie tramandavano alle più giovani l'avvertimento, se non volevano correre pericoli.

Tuttavia durante la mia lunga carriera di professore, non ho mai messo una nota disciplinare sul registro; eppure qualche piccola trasgressione non mancava, ma si trattava di smanie adolescenziali che io sapevo capire, curare correggere ed educare. Non ho mai tenuto lezione in classe coadiuvato da un assistente, secondo la facoltà che offriva una legge per noi ciechi. Ho saputo sempre tenere testa alla disciplina, mediante piccoli accorgimenti che io stesso avevo escogitato. Per me, il punto fondamentale di riferimento per il controllo della disciplina rimaneva la responsabilizzazione delle stesse alunne. Come facevo ingresso in una nuova classe, mi delineavo subito in braille lo specchietto dei banchi col nome delle ragazze che li occupavano e, siccome avevo ed ho uno spiccato senso di localizzazione, facevo presto ad individuare eventuali fastidi provenienti da un certo banco, e quindi da una determinata alunna. Esse si accorsero anche di questo e, dotate quasi sempre di senso del rispetto morale, si sforzavano di non farsi riprendere. Spesso i colleghi mi sottolineavano che in classe le ragazze si comportavano meglio con me che con loro.

Ero contento dei risultati che man, mano andavo raggiungendo, e la Scuola per me ogni giorno diveniva più piacevole, più interessante e più attraente. Non mi sarei aspettato tanto successo. Ancora oggi, dopo essere andato in pensione, di tanto in tanto incontro per strada ex alunne, magari sposate con figli, che vengono ad abbracciarmi e salutarmi con tanta spontaneità, ricordandomi i begli anni della loro frequenza. Indubbiamente, sono belle soddisfazioni. Mi sono sempre dedicato con amore, impegno, onestà ed umiltà, e le discepole hanno ben recepito questi valori che il più delle volte hanno fatto propri.

Certo mi sorge spontanea una constatazione: come mai esisteva una legge che riconosceva ad insegnanti in scuole speciali per ciechi un abbuono di un anno di servizio per ogni tre anni effettivamente svolti, quando per noi ciechi è molto più usurante insegnare nelle scuole dei vedenti che in quelle per ciechi. Per me insegnare ai ragazzi privi della vista non mi impegnava più di tanto, mentre insegnare in classi di alunni vedenti ci impegna in largo e lungo, poichè bisogna risolvere il problema delle dimostrazioni alla lavagna, attendere alla disciplina, che è il compito più impegnativo e delicato, correggere gli elaborati di pedagogia fatti in classe e a casa, ed altri impegni che, messi insieme, determinano un lavoro estenuante ed usurante. Solo ultimamente il Parlamento ha riconosciuto a tutti i lavoratori ciechi gli stessi diritti degli insegnanti nelle scuole speciali per ciechi; ma io, come sempre, nemmeno questa volta ho potuto usufruire di tale beneficio, perché mi ero già ritirato in pensione.

In seguito parlerò delle mie esperienze per quanto riguarda registro di classe, registro personale, scrutini, e di tutto ciò che può riguardare l'andamento dell'attività del professore, come contributo per i futuri docenti non vedenti.

Parlare di problemi per l'uomo in generale non è un problema; tutti in generale hanno problemi, ma per un cieco è un fatto normale.

Infatti il mio primo problema riguardante la Scuola fu quello dell'autonomia di movimento.

La sede più vicina delle scuole secondarie superiori a Castrignano era Maglie che dista più di sei chilometri. Non conoscevo ancora nessun collega e dovetti darmi da fare per poter raggiungere la sede. In seguito si offrì spontaneamente il prof. Rocco Aprile di Calimera ad accompagnarmi, sia per l'andata che per il ritorno. Egli, da Calimera, per recarsi a Maglie preferiva passare da Castrignano, e così mi prelevava da casa mia e mi riconduceva a domicilio. Fu per me una grande consolazione, poichè non avevo ancora l'Auto; e, anche viaggiando con i mezzi pubblici, era necessaria sempre un'altra persona che mi accompagnasse dalla fermata dell'autobus alla Scuola. Risolsi, almeno momentaneamente un primo problema. Infatti chiedemmo al vicepreside, prof. Nicola Giannotti, di far coincidere anche la nostra giornata libera.

In seguito si aggiunse anche un altro collega: il prof. Vito Giannone, anch'egli di Calimera. Tutte bravissime persone che mi furono vicine come fratelli. Erano e sono semplici, modesti, umili, ma nello stesso tempo grandi professionisti. Il prof. Rocco Aprile insegnava allora Italiano e Storia; mentre il prof. Giannone insegnava greco al liceo classico "Capece" con sede nello stesso stabile dell'Istituto magistrale. Entrambi manifestavano una spiccata tendenza di grandi studiosi di letteratura e di arte; ma in particolare Rocco volle dedicarsi allo studio della Grecìa. Era assetato di conoscere la provenienza, l'evoluzione e i mutamenti della lingua greca e dei costumi della Grecìa. Ho saputo che in seguito ha scritto anche dei libri ad hoc. Dico ho saputo, perché intorno agli anni settanta, per ragioni sue, preferì trasferirsi all'Istituto Magistrale di Lecce. Fu per me un grande distacco, indipendentemente dal fatto che non potevo più usufruire della sua disponibilità, ma perché ci eravamo affezionati e ci volevamo e ci vogliamo bene. Tuttavia di tanto in tanto cerchiamo di incontrarci per scambiarci nuove esperienze. Infatti per poterlo tenere più vicino, lo volli come padrino, insieme con la moglie, nel battesimo di mia figlia Clelia.

Anche il prof. Giannone in seguito si trasferì a Lecce e lì si è sposato; ma ugualmente qualche volta ci siamo incontrati o sentiti per telefono.

Un nuovo collega, intanto, docente di matematica e fisica, il prof. Luigi Plantera di Martano, si era aggiunto a noi. Anch'egli si offrì spontaneamente a sostituire i due colleghi che si erano trasferiti a Lecce. Per recarsi a Scuola, passava da Castrignano e, facendo un giro un po' più lungo, mi prelevava da casa. Con lui viaggiammo insieme parecchi anni, e anche con lui e con le rispettive famiglie diventammo amici. E' un professore, nella vita privata, semplice, modesto, molto buono e affettuoso; ma a Scuola era esigente; però alla fine dell'anno, se poteva aiutare, lo faceva volentieri. Destino volle che anche questo caro amico, per ragioni familiari, si dovesse trasferire a Lecce. E così perdetti un altro appoggio. Però in realtà il problema di recarmi a Scuola non si presentava più nella sua gravità. Ormai con i colleghi avevo legato molto bene, e quando potevano, si mettevano volentieri a mia disposizione. Anche colleghi che nel loro tragitto non passavano da Castrignano, quando finivo le mie ore d'insegnamento, spesso, per non farmi aspettare a Scuola, mi accompagnavano a domicilio. Tra questi ricordo con stima e simpatia il prof. Mario Micolano, ottimo docente di Italiano e Storia.

Ormai in quell'Istituto Magistrale mi trovavo molto bene. Coi colleghi avevo socializzato già da tempo. E anche quelli che, magari, venivano successivamente, già trovavano l'ambiente preparato, e facevano presto ad amalgamarsi.

La mattina, quando suonava la campanella, ora l'uno, ora l'altro o altra, si offrivano per accompagnarmi in classe; anche se me la potevo sbrigare da solo; ma non volevo essere scortese e rifiutare il rispettoso invito.

Anche con le ragazze si era stabilito un rapporto di reciproca stima e di affettuoso rispetto. Anche le alunne trovavano piacere ad offrirmi un braccio per facilitare i miei spostamenti. Sapevano benissimo che ero capace di spostarmi nella Scuola anche da solo, ma lo facevano spontaneamente e volentieri.

Per due o tre anni ebbi anche la sezione D che era mista, poichè la mia sezione fu occupata da una nuova docente che aveva vinto il concorso a cattedra. E anche in quel caso, pur essendo miste le classi, non ebbi mai fastidi particolari. Ero sveglio e disinvolto; circolavo con naturalezza tra i banchi e, un po' per la mia prontezza, un po' per quel processo di persuasione e responsabilizzazione a cui ho sempre creduto, riuscivo a mantenere la disciplina senza alcun fastidio.

Ormai mi ero affezionato a questa Scuola e non volevo perderla a nessun costo; ma il pericolo era costante: potevo perdere la sede da un anno all'altro, poichè non ero di ruolo. Godevo dell'incarico a tempo indeterminato e della non licenziabilità, ma potevo perdere la sede, e per me significava il ripetersi di gravi problemi di spostamento, Casarano insegni. Perciò decisi di dedicarmi alla preparazione dei concorsi a cattedra.


I capitoli tratti dall'autobiografia "Un Cieco Che Vede" del prof. Antonio Greco, vengono pubblicati con l'autorizzazione dell'autore. Per contattare il prof. Antonio Greco e per informazioni sull'opera completa si può Scrivere a griconio@gmail.com