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L'Istituto Cavazza: L'Esperienza di Bologna - Da “Un Cieco che Vede” del prof. Antonio Greco

Aggiornato il 05/05/2021 08:00 
 

Avevo conseguito la Licenza Elementare e ora dovevo pensare al dopo. Il mio sogno era stato sempre quello di diventare un Musicista. La Musica era la mia passione. Però, prima di finire l'ultimo anno della Scuola elementare, il direttore G. Fabbri mi chiamò in direzione e mi chiese quali fossero le mie intenzioni per il futuro. Io gli espressi il desiderio di continuare lo Studio del pianoforte, ma egli mi diede un consiglio non solo da direttore, ma anche da padre: mi disse che la Musica allora offriva pochi sbocchi lavorativi, in quanto si insegnava solo negli Istituti Magistrali, e in tutta la provincia di Lecce vi era solo uno. Mi suggerì di intraprendere la via degli studi classici, giacché, a suo dire, offrivo ampie garanzie anche per quella strada. Io accettai il suo consiglio che, sinceramente, mi sembrò molto saggio. Allora pensai di voler diventare avvocato per avere la possibilità di difendere i poveri, quando questi vengono sfruttati e derubati dei loro sacrosanti Diritti.

Intanto l'Italia era divisa in due tronconi per l'invasione delle truppe alleate anglo-americane. Per continuare gli studi classici bisognava andare a Bologna presso l'Istituto F. Cavazza e, siccome quella zona era occupata dai tedeschi, non era possibile raggiungerla. Il direttore dell'Istituto Antonacci, pensando che la liberazione dell'Italia fosse questione di qualche mese, mi volle, insieme con altri della stessa destinazione, nel suo Istituto per iniziarci allo Studio del latino e di altre materie, senza però seguire un programma ben determinato. Così, in attesa della sospirata liberazione, passò tutto l'anno scolastico 1943-44. In Istituto la miseria cresceva come la gramigna incolta. Ma con l'avvento degli anglo-americani, cominciò a sentirsi qualche giovamento. Il direttore per la fine dell'anno scolastico ci fece preparare un concerto di pianoforte al quale invitò anche i superiori delle forze alleate stanziati su Lecce e provincia. Io ricordo che suonai a quattro mani con Carluccio l'Inno Inglese. Ricevemmo dal pubblico molti applausi e interessamento per le nostre attività. Il direttore fu particolarmente contento e soddisfatto. Si videro subito i frutti ché sulle tavole dell'Istituto si cominciarono a vedere alimenti provenienti da quelle Forze Armate.

Noi del primo anno di parcheggio, ci prendemmo le vacanze estive senza una promozione, ma contenti lo stesso che l'anno non era trascorso invano. Avevamo fatto, oltre a un po' di latino, Geografia Fisica d'Europa, Asia e Africa che io trovavo molto interessante.

Tornato a casa, ripresi la vita di sempre: la campagna, la bicicletta e le amicizie che crescevano sempre più. A Maglie si erano stanziate truppe polacche, e noi, spinti dalla curiosità, in bicicletta, andavamo a curiosare: si vedevano piccole colonne di carri armati, altri mezzi militari e militi che sembravano più amici che nemici. Ormai con Narduccio avevo perfezionato l'intesa e potevo permettermi il lusso di allontanarmi da casa anche parecchi chilometri. Scarseggiavano pneumatici e camere d'aria di biciclette. Si ricorreva a pneumatici pieni, senza la camera d'aria. Ma la mia bicicletta godette sempre di camere d'aria e di pneumatici normali: con un ago grosso e con spago riuscivo a ricucire strappi del copertone, e col mastice riuscivo a riparare le camere d'aria forate. La mia bicicletta era sempre leggera e pronta e, quando non stavo in campagna, mi piaceva girare in bicicletta anche attraverso i paesi limitrofi. Narduccio era diventato un bel bambino di otto anni ormai e cresceva vigoroso e forte. Anche a lui piaceva correre sulla bicicletta e, per un senso innato, manifestava verso di me infinita disponibilità. Mio padre era tornato da Taranto in congedo; ma mio fratello Rocco si trovava in Sardegna che i tedeschi, dopo l'armistizio avevano abbandonato, valutato il rischio. La Guerra tra i contendenti procedeva a passi di lumaca. I tedeschi non mollavano, e l'Italia rimaneva ancora divisa. Di andare a Bologna non se ne parlava. Le truppe alleate erano ancora lontane e non si poteva prevedere la sua liberazione. Il nuovo anno scolastico era alle porte, e il direttore Fabbri volle continuare l'esperimento richiamandoci ancora nel suo Istituto.

Anche quell'anno mi riservò un Natale amaro e indimenticabile. Era il dicembre del 44, e mio fratello Rocco, dalla Sardegna era stato trasferito in Italia e aggregato alle scomposte Forze Armate italiane sul fronte adriatico.

Arrivarono le vacanze natalizie e io, come al solito, tornai per trascorrerle in famiglia. La vigilia di Natale riceviamo una cartolina inviataci da Rocco in cui ci diceva che stava bene e di non essere preoccupati per lui. Il padre della mia futura moglie, che abitava vicino a casa nostra, nel sentire della cartolina, si mette a baciare la terra in segno di ringraziamento. Noi non capiamo niente e gliene chiediamo spiegazione. Ci dice che qualche giorno prima aveva incontrato sul treno locale un nostro cugino di Giuggianello che tornava dal fronte, e che gli aveva detto di aver sentito che mio fratello era morto. Questa confessione ci perturba e ci agita. La giornata di dicembre è piovosa; la pioggia cade ininterrottamente. Noi tutti cadiamo nello sgomento. Mia madre si agita, piange. Dice che quella cartolina poteva essere stata scritta prima che succedesse il fatto. Incita mio padre a recarsi a Giuggianello per attingere notizie direttamente da nostro cugino. Si controlla la data della cartolina. Mio padre, verso le dieci del mattino, nonostante la forte pioggia, indossa una cappa e, inforcata la bicicletta, si avvia per Giuggianello. Noi, tutti in ansia e paura, attendiamo il ritorno, e il tempo non passa mai. Finalmente, verso mezzogiorno, arriva mio padre, tutto inzuppato come un pulcino e ci dice che il cugino aveva sentito quella Voce molto prima della data della cartolina. Noi ci tranquillizziamo un poco, ma il dubbio non ci abbandona del tutto, per cui quelle vacanze natalizie trascorrono nella tristezza e nella noia. Tornai in Istituto e ben presto arrivarono le vacanze di Pasqua e poi il mese di giugno.

Trascorremmo anche quell'anno scolastico, ma senza grandi risultati. Quei due anni per noi attendisti furono più di parcheggio che di profitto vero e proprio. Però verso la fine di questo secondo anno si verificò l'evento tanto atteso e sperato: il 25 aprile, Liberazione d'Italia. Le nostre speranze di poter presto raggiungere Bologna si ravvivarono e si cominciò a preparare presso l'Amministrazione Provinciale il carteggio per l'autorizzazione di trasferimento all'Istituto Cavazza di Bologna.

Tornato in famiglia, trascorsi anche quella estate del 45, in attesa di ricevere l'invito dall'Istituto Cavazza. Era trascorso ottobre, novembre, e ancora non si faceva vivo.

Finalmente ai primi giorni di dicembre arriva la lettera con cui venivo invitato a recarmi in quell'Istituto per iniziare i miei studi.

La cassetta di legno che mio padre aveva portato dall'Africa si era deteriorata, perciò pensammo di cambiare bagaglio. Prendemmo una valigia media e vi mettemmo le mie cose: arnesi per la barba, sigarette ed altro. Andai a salutare parenti ed amici come se dovessi partire militare, e mi preparai per la partenza.

Quel lunedì mattina del 10 dicembre 45 ci svegliammo alle quattro e mezza del mattino. Erano tutti tristi. Mia madre nel momento del distacco, mi strinse forte forte, e mi bagnò il viso di lacrime.

Uscii da casa con mio padre e ci avviammo a piedi per prendere il treno a Corigliano d'Otranto che dista tre chilometri. Il treno passava alle sette, ma noi già alle sei eravamo in stazione. Allora si era oltre che puntuali. Finalmente arrivò sbuffando la locomotiva con qualche vagone. Vi salimmo e a Lecce dovevamo prendere il diretto per Bologna. Mentre attendevamo accanto ai binari, una Voce chiama: "Antonio Greco!" é l'amico Gabbellone che parte per Firenze. Siamo contenti di fare il viaggio insieme fino a Bologna e, giacché mi accompagna mio padre, suo fratello ce lo affida, si salutano e si licenzia. Finalmente il treno è pronto. Vi prendiamo posto e ci prepariamo al lungo viaggio. Ci capita un vagone trasandato e danneggiato: mancano vetri dai finestrini; i sedili non sono imbottiti, e qua e là sporchi. Ci arrangiamo con carte e cartoni per ripararci dal freddo che penetra dai finestrini. Finchè attraversiamo tutta la Puglia i disagi sono minimi. Ma quando iniziamo il Percorso dell'Abruzzo, fino a Bologna, cominciano i guai. Di tanto in tanto il treno va a passo di lumaca. Ci viene detto che si attraversano ponti pericolanti, per cui il treno li supera lentissimamente per creare il meno possibile vibrazioni che potrebbero causare la caduta e i guai per tutti noi. La Guerra aveva distrutto ferrovie, ponti, stazioni ferroviarie e tutto ciò che trovava. Tutto era stato ricostruito in grande fretta e senza tanta sicurezza. Si aspettano coincidenze di treni. Siamo sottoposti a snervanti e lunghe attese. Insomma, per portarla in breve, arriviamo alla stazione di Bologna il mercoledì verso le tredici. Qui sono ancora evidenti i segni della passata Guerra. Molti binari sono ancora inutilizzabili. Sui muri mio padre mi fa toccare sforacchiature di pallottole di mitraglia. Sono visibili grosse buche fatte da bombe, riempite di recente. Ma fuori la stazione la vita pullula. Bancarelle pubblicizzano la loro merce. Noi ci avviciniamo ad una di esse e mio padre acquista del castagnaccio. Non lo avevo mai assaggiato; lo trovo buonissimo e goloso. Finito il castagnaccio, prendiamo il tram e ci fermiamo all'imbocco di via Castiglione dove ha sede l'Istituto F. Cavazza. Ci riceve la moglie del direttore Bentivoglio, e mio padre si accomiata da me per prendere la via del ritorno. Dopo seppi che partì da Bologna il giorno seguente, cioè il giovedì, e che aveva trascorso la notte al freddo sotto una galleria, perché mancavano gli alberghi, ma sopratutto i Soldi per pagare. Quando la moglie del direttore venne a sapere di questo particolare, mi rimproverò, perché non la avevo informata del caso. Mi disse che lo avrebbe fatto dormire in Istituto. Mi scusai, dicendo che non lo avevo saputo nemmeno io, ed era la verità.

In Istituto fui contento di trovare compagni ed amici dell'Istituto di Lecce i quali mi avevano preceduto. Trovai Spezzaferri, Calculli, Carluccio, Capozza, Crudo e De Rito, calabresi, ma che venivano da Lecce. Presto facemmo amicizia con altri calabresi e siciliani provenienti da altri Istituti. Man mano, feci amicizia con altri del settentrione, e mi ambientai molto presto. L'Ambiente di Bologna è differente. Qui non si è sorvegliati a Vista. Si è liberi di circolare per tutto l'Istituto. Si è liberi di uscire in città, e per noi provenienti dall'Istituto di Lecce, è una grande conquista.

In una sala con una grande stufa a legna, chi passeggia, chi scrive a macchina dattilografica, chi scrive in Braille, chi, invece, in un grande corridoio si esercita ad andare in pattini; chi, più in là, in un'altra sala, fa ginnastica con gli anelli. Chi, ad una sala accanto, suona il pianoforte. Insomma la vita pullula intensamente. Lì appresi l'uso della macchina dattilografica, tanto che dopo un paio di mesi di esercitazione, scrivevo già speditamente e, dopo i due anni di mia permanenza all'Istituto di Bologna, raggiungevo ormai, più di trecento battiti al minuto.

Al piano superiore, invece, vi erano i dormitori e un lungo corridoio costeggiato da stanzini con pianoforti per i musicisti. Anche i cibi sono buoni e abbondanti. Praticamente troviamo una grande differenza in tutto tra Lecce e Bologna. La vita qui è piacevole e ricca di attrattive.

Cinque o sei di noi, dai sedici ai diciotto anni, veniamo iscritti a frequentare la prima media, insieme con ragazzini di undici o dodici anni. Ci troviamo quasi in disagio di fronte a quei ragazzini. Perciò si comincia a pensare di recuperare qualche anno perduto a causa della Guerra. Frequentiamo fino a febbraio, e poi alcuni di noi decidiamo di ritirarci e prepararci privatamente per sostenere gli esami di licenza media inferiore. Chiediamo l'autorizzazione al direttore; ma egli: - Figliuoli, - ci dice - non posso mettervi professori a vostra disposizione per la preparazione; se riuscite a prepararvi da soli, fatelo pure. -

Imbarazzati e delusi, ci guardiamo in faccia (e non vedevamo) e, con la coda tra le gambe, abbandoniamo il campo. Spesso, anche i grandi personaggi hanno il "tallone di Achille".

Confidiamo la cosa ad amici universitari dell'Istituto, i quali gentilmente e fraternamente si offrono a darci una mano. Il più solerte è il caro "Cam", Carlo Bertacca, una bravissima persona, preparato e disponibile. Così, in pochi mesi, ci accingiamo al difficile passo. Comincia la preparazione in latino, in Matematica e in tutte le materie. Arriviamo agli esami: riesco a superare tutte le discipline, ma vengo rimandato in Italiano. Per me è una grande soddisfazione, perché in soli tre mesi sono riuscito a fare il grande passo senza danni considerevoli. Durante le vacanze estive, in famiglia, mi ripasso la disciplina, e a settembre riesco a superare anche l'Italiano.

Col nuovo anno scolastico, vengo iscritto in quarta ginnasiale. Anche qui siamo cinque non vedenti tra una ventina di vedenti. Siamo in una classe mista, più o meno, metà e metà. Comincia l'anno scolastico con molta voglia, da parte mia, di apprendere. Tra le altre discipline, trovo un'attrattiva per me molto interessante: lo Studio del greco classico. Al mio paese, nelle famiglie, si parla il "grico" come Lingua familiare e popolare. Esso proviene dall'antico greco introdotto, non si sa bene, se al tempo della Magna Grecia o al periodo bizantino. Io lo Studio con molto interesse, perché voglio comparare il mio "greco" con quello classico. Mi fisso nella memoria tutte le sfumature che trovo sulla mia Grammatica. La professoressa Neri si accorge ben presto del mio interesse particolare per quella disciplina e me ne chiede il perché. Trova interessanti le mie motivazioni e mi incita a Studiare sempre meglio.

Intanto riusciamo a socializzare molto presto coi compagni vedenti; spesso ci appartiamo in grandi piazzali per giocare con essi al calcio, però non col pallone, ma col solito barattolo di salsa. Si gioca anche in Istituto al calcio; però noi del Meridione risultiamo più allenati ed esercitati, tanto è vero che in una partita di sfida tra meridionali e settentrionali, la partita termina col punteggio tennistico di quattordici a uno per i meridionali. I settentrionali adottavano un gioco molto ristretto, con passaggi corti e lenti. Noi, invece preferivamo i passaggi lunghi e veloci, e spesso facevamo le reti da lontano. Io ero uno di quelli, e venivo paragonato al grande Castigliano del grande Torino.

Giocando e studiando, arriva la fine dell'anno scolastico con tutte le tensioni e preoccupazioni per l'esito scolastico. Dei non vedenti, io sono l'unico promosso; gli altri sono rimandati. Ma in Istituto vige la legge che: "Chi non consegue la media del sette, viene licenziato da quell'Istituto." Io ero stato promosso con più di un "sette", ma non avevo la media del famigerato "sette" e quindi fui licenziato da quell'Istituto, secondo me, ingiustamente, poichè si sarebbe dovuto tenere in considerazione il fatto che avevo superato tre anni di Scuola media in tre mesi, e che ero stato promosso alla quinta ginnasiale, nonostante le lacune, con risultati apprezzabili. Ma non si tenne conto di niente e si fece Giustizia sommaria. Anche questo fu un altro "Tallone d'Achille".

La professoressa Neri, quando l'anno successivo seppe dell'episodio, ebbe a dire che se lo avesse saputo prima mi avrebbe valutato anche con qualche otto, perché non meritavo quel trattamento. Come consolazione poi, il direttore Bentivoglio, forse in segno di pentimento, mi mandò a casa la Grammatica greca che custodisco gelosamente, poichè mi diletto ancora a dare qualche lezione di greco ad alunni del Ginnasio.

Questa fu la mia esperienza di Bologna, tutto sommato, positiva, anche se con lo strascico finale vituperevole.


I capitoli tratti dall'autobiografia "Un Cieco Che Vede" del prof. Antonio Greco, vengono pubblicati con l'autorizzazione dell'autore. Per contattare il prof. Antonio Greco e per informazioni sull'opera completa si può Scrivere a griconio@gmail.com