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Il Gatto, Un Cardellino e Le Stelle - Novelle per un anno

Aggiornato il 19/12/2023 08:00 
 

Una pietra. Un'altra pietra. L'Uomo passa e le vede accanto. Ma che sa questa pietra della pietra accanto? E della zana, l'acqua che vi scorre dentro? L'Uomo vede l'acqua e la zana; vi sente scorrer l'acqua e arriva finanche a immaginare che quell'acqua confidi, passando, chi sa che segreti alla zana.

Ah che notte di stelle sui tetti di questo povero paesello tra i monti! A guardare il cielo da questi tetti si potrebbe giurare che le stelle questa notte non vedano altro, così vivamente vi sfavillano sopra.

E le stelle ignorano anche la terra.

Quei monti? Ma possibile non sappiano che sono di questo paesello che sta in mezzo a loro da quasi mill'anni? Tutti sanno come si chiamano. Monte Corno, Monte Moro; ed essi non saprebbero neppure d'esser monti? E allora anche la più vecchia casa di questo paesello ignorerebbe d'esser sorta qui, di far cantone qua a questa via che è la più antica di tutte le vie? E` mai possibile?

E allora?

Allora credete pure, se vi piace, che le stelle non vedano altro che i tetti del vostro paesello tra i monti.

Io ho conosciuto due vecchi nonni che avevano un cardellino. La domanda, come i tondi occhietti vivaci di quel cardellino vedessero le loro facce, la gabbia, la casa con tutti i vecchi arredi, e che cosa la testa di quel cardellino potesse pensare di tutte le cure e amorevolezze di cui lo facevano segno, non s'era mai certamente affacciata ai due vecchi nonni, tanto eran sicuri che, quando il cardellino veniva a posarsi sulla spalla dell'uno o dell'altra e si metteva a pinzar loro il collo grinzoso o il lobo dell'Orecchio esso sapeva benissimo che quella su cui si posava era una spalla e quello che pinzava un lobo d'Orecchio, e che la spalla e l'Orecchio eran quelli di lui e non quelli di lei. Possibile che non li conoscesse entrambi? che lui era il nonno e lei la nonna? e che non sapesse che tutti e due lo amavano tanto perché era stato il cardellino della nipotina morta, la quale lo aveva così bene ammaestrato; a venir sulla spalla, a bezzicare così l'orecchia, a svolare per casa fuori della gabbia?

Nella gabbia, sospesa tra le tende al palchetto della finestra, stava la notte soltanto, e, di giorno, nei brevi momenti che si recava a beccare il suo miglio e a bere con molti inchini smorfiosi una gocciolina d'acqua. Era insomma come la sua reggia, la gabbia, e la casa era il suo vasto regno. E spesso sul paralume della lampada a sospensione nella sala da pranzo o sulla spalliera del seggiolone del nonno andava a prodigare i suoi gorgheggi e anche... - si sa, un cardellino!

- Sudicione! - lo sgridava la vecchia nonna, come gliela vedeva fare. E correva con lo strofinaccio sempre pronto a ripulire, come se per casa ci fosse un bambino da cui ancora non si potesse pretendere il giudizio di far certe cose con regola e al loro posto. E si ricordava intanto di lei, la vecchia nonna, della nipotina si ricordava, che quel servizio lì, povero amore, per più d'un anno gliel'aveva fatto fare, finché poi, da brava...

- Ti ricordi, eh?

E il vecchio - ricordarsi? se la vedeva ancora lì per casa, piccina piccina, così! E tentennava a lungo il capo.

Erano rimasti soli, loro due vecchi soli con quell'orfanella cresciuta da piccola in casa, che doveva esser la gioja della loro vecchiaja; e invece, a quindici anni... Ma era rimasto vivo di lei - trilli e ali - il ricordo, in quel cardellino. E dire che dapprima non ci avevan pensato! Nell'abisso di disperazione in cui erano piombati, dopo la sciagura, potevano mai pensare a un cardellino? Ma su le loro spalle curve, sussultanti all'impeto dei singhiozzi, lui, il cardellino, - lui, lui - era venuto da sé a posarsi lieve, movendo la testolina di qua e di là, poi aveva allungato il collo, e una beccatina, di dietro, all'Orecchio, come per dire che... sì, era una cosa viva di lei; viva, viva ancora, e che aveva ancora bisogno delle loro cure, dello stesso amore che avevano avuto per lei.

Ah con qual tremore lo aveva preso, il vecchio, nella sua grossa mano e mostrato alla sua vecchia, singhiozzando! Che baci su quel capino, su quel beccuccio! Ma non voleva esser preso, lui, imprigionato in quella mano; armeggiava con le zampine, con la testina; pinzava in risposta ai baci dei due vecchi.

La vecchia nonna era certa certissima che con quei gorgheggi il cardellino chiamava ancora la sua padroncina, e che svolando di qua, di là per le stanze, la cercava, la cercava senza requie, non sapendo darsi pace di non trovarla più; e che eran tutti discorsi per lei, quei lunghi gorgheggi lì; domande, proprio domande che meglio di così, con le parole, non si sarebbero potute fare; domande ripetute tre, quattro volte di seguito, che attendevano una risposta e dimostravan la stizza di non riceverla.

Ma come, se poi era anche certo, certissimo che il cardellino sapeva della morte? Se sapeva, chi chiamava? da chi attendeva risposta a quelle domande che meglio di così, con le parole, non si sarebbero potute fare?

Oh Dio mio, cardellino era infine! Ora la chiamava, ora la piangeva. Si poteva forse mettere in dubbio che in quel momento lì, per esempio, così tutto rinchioccito sul regoletto della gabbia, col capino rientrato e il beccuccio in sù e gli occhietti semichiusi pensasse a lei morta? Certi pigolii brevi, sommessi, lasciava andare di tratto in tratto in quei momenti, che eran la prova più evidente che pensava a lei e la piangeva e si lamentava. Erano uno strazio quei pigolii.

Il vecchio nonno non diceva di no alla sua vecchia. N'era così certo anche lui! Pur non di meno, saliva pian piano su la seggiola, come per bisbigliar davvicino qualche parolina di conforto a quella povera animuccia in pena, e intanto, quasi senza voler vedere lui stesso quello che faceva, riapriva lo sportellino a scatto della gabbia che s'era richiuso.

- Ecco che scappa! ecco che scappa, il birichino! - esclamava il vecchio, voltandosi sulla sedia a seguirlo con gli occhi ridenti, le due mani aperte davanti al volto come a pararlo.

E allora nonno e nonna litigavano. Litigavano perché tante e tante volte glielo aveva detto lei, che lo lasciasse stare quand'era così, che non andasse a frastornarlo dalla sua pena. Ecco, lo sentiva ora?

- Canta, - diceva il vecchio.

- Ma che canta! - rimbeccava lei con una scrollata di spalle. - Te ne sta dicendo di cotte e di crude! Arrabbiatissimo è!

E accorreva a calmarlo. Ma che calmare! Scattava via di qua, di là, proprio impermalito; e con ragione, perché gli doveva parere di non esser considerato in quei momenti lì.

E il bello era che il nonno, non solo si pigliava tutti quei rimbrotti senza dire alla nonna che lo sportellino a scatto della gabbiola era chiuso e che forse il cardellino pigolava così lamentosamente per questo, ma piangeva sentendo parlare a quel modo la sua vecchia correndo appresso al cardellino, piangeva e riconosceva tra sé, crollando il capo tra le lagrime:

- Poverino, ha ragione... poverino, ha ragione... non si sente considerato!

Lo sapeva bene infatti, il nonno, che cosa volesse dire non sentirsi considerati. Tutti e due, poveri vecchi, non eran considerati da nessuno ed erano messi alla berlina, perché non vivevano più d'altro ormai che di quel cardellino, e perché si condannavano a star perpetuamente con tutte le finestre chiuse; e lui anche, il vecchio nonno, a non metter più il Naso fuori della porta, perché era vecchio sì e piangeva lì in casa come un bambino, ma oh! mosche sul Naso non se n'era fatte posar mai, e se qualcuno, per via, avesse avuto la cattiva ispirazione di farsi beffe di lui, la vita (ma che prezzo ormai aveva più la vita per lui?) come niente, come niente se la sarebbe giocata. Sissignori, per quel cardellino lì, se qualcuno avesse avuto la cattiva ispirazione di dirgli qualche cosa. Tre volte, in gioventù, era stato proprio a un pelo... là, o la vita o la libertà! Ah, ci metteva poco lui a perder la Vista degli occhi!

Ogni qual volta questi propositi violenti gli s'accendevano nel sangue, s'alzava il vecchio nonno, spesso col cardellino su la spalla, e andava a guatare con occhi truci dai vetri della finestra le finestre delle case dirimpetto.

Che fossero case, quelle lì dirimpetto; che quelle fossero finestre, coi vetri intelajati, le ringhierine, i vasi di fiori e tutto; che quelli sù fossero tetti con fumajuoli, tegole, grondaje, non poteva mica dubitare il vecchio nonno che sapeva anche a chi appartenevano, e chi vi stava, e come ci si viveva. Il guajo è che non gli s'affacciava per nulla alla mente la domanda, che cosa fossero invece per il cardellino che gli stava accoccolato su la spalla, quella sua casa e quelle altre case dirimpetto; e anche là per quel magnifico gattone bianco soriano che se ne stava tutto aggruppato sul davanzale di quella finestra dirimpetto, con gli occhi chiusi a crogiolarsi al sole. Finestre? vetri? tetti? tegole? casa mia? casa tua? Per quel gattone bianco lì che dormiva al sole, casa mia? casa tua? Ma se poteva entrarci, tutte erano sue! Case? Che case! Posti dove si poteva rubare; posti dove si poteva dormire più o meno comodamente; o fingere anche di dormire.

Credevano davvero quei due vecchi nonni che tenendo sempre chiuse le finestre e chiusa la porta di casa, un gatto, volendo, non potesse trovare un'altra via per entrare a mangiarsi quel cardellino lì?

E non era poi troppo pretendere che il gatto sapesse che quel cardellino lì era tutta la vita di quei due vecchi nonni perché era stato della nipotina morta che lo aveva così bene ammaestrato a svolar per casa fuori della gabbia? e che sapesse che il vecchio nonno, una volta che lo aveva sorpreso dietro una delle finestre a spiare tutto intento attraverso i vetri chiusi il volo spensierato di quel cardellino per la stanza, era andato furente ad ammonir la padrona che guai, guai se un'altra volta lo avesse sorpreso lì? Lì? quando? come? La padrona... i nonni... la finestra... il cardellino?

E così, un giorno, se lo mangiò - ma sì, quel cardellino che per lui poteva anche essere un altro - se lo mangiò entrando in casa dei due vecchi, chi sa come, chi sa donde. La nonna - era quasi sera - intese appena, di là, come un piccolo squittio, un lamento; il nonno accorse, intravide una cosa bianca che s'avventava scappando per la Cucina e, per terra, sparse, alcune piccole piume del petto, le più tenere, che, mossa l'aria al suo entrare, si scossero lievi, lì sul pavimento. Che grido! E trattenuto invano dalla sua vecchia, s'armò, corse come un pazzo in casa della vicina. No, non la vicina, il gatto, il gatto voleva uccidere il vecchio, là, sotto gli occhi di lei; e sparò nella saletta da pranzo, come lo vide lì quieto a seder sulla credenza, sparò una, due tre volte, fracassando le stoviglie, finché non accorse, armato anche lui, il figlio della vicina, che sparò sul vecchio.

Una Tragedia. Fra grida e pianti il nonno fu trasportato moribondo, ferito al petto, alla sua casa, alla sua vecchia.

Il figlio della vicina era fuggito per le campagne. La rovina in due case; lo scompiglio in tutto il paesello per tutta una notte.

E il gatto mica se lo ricordava, un momento dopo, che s'era mangiato il cardellino, un qualunque cardellino; e mica aveva capito che il vecchio aveva sparato contro di lui. Aveva fatto un bel balzo, al botto, era scappato via e ora - eccolo là - se ne stava tranquillo, così tutto bianco sul tetto nero a guardare le stelle che dalla cupa profondità della notte interlunare - si può essere certissimi - non vedevano affatto i poveri tetti di quel paesello tra i monti, ma così vivamente vi sfavillavano sopra che si poteva quasi giurare non vedessero altro, quella notte.

Era stato, nel suo miglior tempo (come tanti ancora lo ricordavano), uno di quegli Uomini che non si sa mai perché siano così: ti guardano con certi occhi; ti scoppiano a ridere in faccia all'improvviso senza motivo; o ti voltano le spalle lasciandoti in asso lì per lì. Per quanto pratichi con loro, non riesci mai a imparare che diavolo covino nel fondo; sempre distratti e come assenti; benché poi, quando meno te l'aspetti, li vedi montare sulle furie per certe cose da nulla, di cui non avresti mai supposto che si potessero accorgere: o, peggio, resti quasi avvilito per conto loro, venendo a sapere dopo qualche tempo che, per futilissimi motivi da te neanche avvertiti, ti han serbato di nascosto un profondo e velenosissimo rancore, mentre li vedi fiduciosi accordar la loro simpatia e la loro stima a cert'altri, dai quali pur sanno d'aver ricevuto male davvero, un mese addietro.

Strambo e un po' ridicolo era anche nella figura e nel portamento. Le gambe, già sottili per sé, strette in quei calzoncini da cavallerizzo, parevano due stecchi; e su quelle gambe la giacca, sempre a due petti, gli segnava così preciso il busto, che sembrava uno di quei torsi avvitati su un gambo a tre piedi che si vedono nelle botteghe d'abiti bell'e fatti. Su quel busto, il testoncino, ritto sul collo stralungo; baffetti a punta, e due occhietti acuti e vivaci d'uccello, che gli sbattevano continuamente.

A vederlo così, e sapendo ch'era uno dei primi avvocati del paese, ciascuno avrebbe voluto raffigurarselo altrimenti. L'avvocato Lino Cimino rompeva subito sul viso a quei delusi una delle sue solite risate.

Qualche amico, di quelli che gli volevano bene veramente, aveva più volte tentato di fargli notare che non stava, per un Uomo come lui, far certi atti, dir certe cose, dare in pascolo senza ritegno ai maligni certe segrete afflizioni della sua vita famigliare. Ma sì! A far le spese della maldicenza generale pareva provasse un'oscena voluttà; come per esempio quando si metteva con gesti sguajati e sconce parole a gridar vendetta al cielo perché la moglie gli aveva messo al mondo una dopo l'altra quattro figlie femmine; quasi gliel'avesse fatto apposta per dimostrare che lui - perdio, lui! - non era capace di generare un maschio.

Escandescenze che trattenevano dal fargli altri richiami per l'afflizione che davano. Pareva incredibile che potesse affogare in tali meschinità volgari un Uomo di tanto valore, che commoveva e sbalordiva tutti quando l'estro, parlando, gli s'accendeva, o quando, nei ragionamenti sui casi della vita, sapeva trovar certe considerazioni che subito, i più oscuri e confusi, diventavano chiari e perspicui agli occhi di chi stava ad ascoltarlo.

La sua casa, intanto, era un inferno per le continue scenate con la moglie, che rischiavano ogni volta di buttare all'aria la famiglia. Ora l'uno ora l'altro degli amici doveva accorrere, chiamato, a rimetter pace; uno segnatamente, a cui egli per quelle sue solite improvvise simpatie aveva subito accordato la più cieca fiducia; questa volta però, a giudizio di tutti, non mal collocata. Il giovane avvocato Carlo Papìa.

Lo aveva accolto nel suo Studio, appena laureato. Le quattro figliuole, allora bambine, vedendolo accorrere, gli andavano incontro festanti, perché sapevano che di lì a poco, con la sua venuta, il sorriso sarebbe ritornato sulle labbra della madre e anche del padre; e, appena rimessa la pace, volevano andare a spasso con lui; ed era ogni volta una zuffa per accaparrarsi una sua mano: ne volevano una per ciascuna, e lui a disperarsi ridendo e mostrando che ne aveva due sole e che non poteva accontentarle tutt'e quattro. In paese, vedendolo in mezzo a quelle quattro bambine chiacchierine e affettuose, gli amici gli facevano festa e gli predicevano che presto, così ben protetto ed entrato nelle grazie della famiglia, avrebbe avuto il premio dei lunghi sacrifizii che la sua laurea doveva esser costata ai suoi poveri parenti da un pezzo decaduti.

Ma può un marito impunemente chiamar di mezzo tra sé e la moglie più giovane di lui un altr'Uomo anche più giovane della moglie, di piacevole aspetto e di modi graziosi, esercitati a persuadere l'amore e l'accordo? Scoperto il tradimento, l'avvocato Lino Cimino si comportò naturalmente da quello strambo che era. Incongruenze su incongruenze, una più pazza dell'altra. Non si vuol negare che è inutile studiarsi di tener segrete certe cose perché non trapelino a nessuno: ad onta d'ogni diligenza ci s'accorge poi per tanti segni che tutti invece sanno e che solo per pietà han finto d'ignorare. Ma certamente peggio è fare lo scandalo e poi, di fronte alle ultime conseguenze di esso, arrestarsi e rimanere così a mezzo nella vergogna di cui abbiamo voluto dar pubblico spettacolo, deludendo col non concluder nulla l'attesa degli spettatori.

Prima scacciò la moglie, senza pensare di vendicarsi anche sopra l'amante, dichiarando anzi davanti a tutti che gli era grato del servizio che gli aveva reso; poi si riprese in casa la moglie, per pietà delle bambine, a patto che non si facesse mai più rivedere da lui; ma la prima volta che incontrò il Papìa per istrada, cavò di tasca la rivoltella e pim! pam! all'impazzata; chi scappò di qua, chi di là; e alla fine il Papìa si ritrovò con una feritina a un braccio, e lui tra due guardie che gli attanagliavano i polsi. Assolto, si fece costruire un villino a due piani che pareva una carcere; relegò la moglie nel piano di sopra con le bambine; e lui, sotto, per sfregio si portò di notte a dormire anche donnacce da conio: e tant'altre pazzie e vergogne commise che gli avrebbero alienato, oltre la considerazione degli amici, anche tutti i clienti, se il timore d'averlo avversario non li avesse trattenuti dal rivolgersi ad altri.

Sapete quando una smania si mette allo stomaco, di quelle che levano il respiro; per cui non si sa più né come né dove rivoltarsi; e si graffia il letto; si graffierebbero i muri; si urlerebbe se se n'avesse la forza; e tutto, la Vista stessa delle cose dà un fastidio intollerabile, e sopra tutto ogni proposta di rimedio che ci venga da coloro che stanno attorno a guardarci, irritati per contagio della nostra esasperazione; e questo è l'unico sollievo, come per uno sfogo che riusciamo a prenderci senza che ci sia stato offerto? Per fortuna dura poco una tale smania. Ma all'avvocato Lino Cimino, gli si mise allo stomaco, e non gli passò più, per anni e anni.

Con la moglie riammessa in casa e l'amante andato via dal paese tranquillamente dopo l'assoluzione di lui, vana, a parere di tutti, era stata la vendetta, come stolido lo scandalo. Che la moglie fosse ora tenuta come in prigione, senza poter neanche guardare dai vetri delle finestre sempre chiuse, non bastava. Non bastava perché, intanto, aveva la compagnia delle bambine (e neanche questo, se vogliamo, era da approvare, non potendo esser buona Guida per le figliuole chi s'era dimenticata d'esser madre diventando una cattiva moglie); e poi, in compenso della condanna d'esser privata d'ogni libertà di comparire davanti agli altri, aveva ottenuto almeno d'essersi liberata di lui, pur seguitando a pesargli addosso. Dal piano di sotto egli se la sentiva camminare sul capo; e tante volte la sentiva anche ridere e cantare. Aveva, sì, finito di rovinare la famiglia già decaduta dei Papìa e teneva segretamente sotto una persecuzione implacabile il giovine; ma neppur questo gli poteva bastare, perché sapeva che il Papìa s'era allontanato dal paese, non tanto per la sua persecuzione, quanto per non sentirsi sbattere in faccia da tutti continuamente il male che aveva fatto, non già a lui suo benefattore, ma a se stesso e ai suoi, lasciandosi pigliare come un imbecille in quella tresca. Ora, così essendo (e il Cimino sentiva bene ch'era proprio così), seguitare a pestarlo, gli pareva desse più soddisfazione agli altri che a sé; e quasi quasi avrebbe desiderato che qualcuno, reagendo, si fosse attentato a risollevar quell'imbecille dalla condanna di tutti per rimetterglielo di fronte, a provocare di nuovo, e più acerbo, il suo sdegno, a risuscitare più tremende le sue furie.

Nessuno si mosse; e a poco a poco svaporarono del tutto le furie e lo sdegno. Del Papìa non s'intese più parlare. Passarono gli anni; e quando le figliuole, già cresciute, trovarono marito tra i clienti dello Studio che se le portarono via, senza festa e mortificate, in questo e in quel paesello della provincia; nessuno pensò più a ciò che dovesse ormai esser la vita per il Cimino, nella casa vuota, con la moglie sù, sola; e lui sotto, solo. Allontanandosi sempre più nel tempo, lo scompiglio cagionatogli da quanto gli era avvenuto, parve si fosse così freddato nello squallore dell'abitudine, che il ricordo stesso, forse, vi stava già come seppellito.

Risaltò, quel ricordo, all'improvviso e inaspettatamente, come uno spettro pauroso agli occhi di tutti, e parve un'atroce punizione che una Giustizia oscura avesse per tanti anni covata di nascosto, allorché si vide da un canto ricomparire per le vie della città (e non si seppe mai donde) il Papìa che chiedeva l'elemosina, tutto lacero e disfatto, irriconoscibile, con una barbaccia scoposa, già grigia, e mezzo cieco; e, dall'altro, ridotto un'ombra dopo un pajo di mesi che se n'era stato in casa per una segreta infermità, il Cimino: oh Dio, con la nuca che pareva gli fosse cresciuta un palmo su dal solino, liscia e così indurita, che la testa era costretta a star giù, immobile, quasi sotto un giogo; il mento rattratto sulla fossetta del collo, e gli occhi in una fissità continua, spasimosa e spaventevole, nel pallore del volto emaciato e pur gonfio, sparso qua e là di chiazze, come di quel nero che vajola la pietra dura di certe case antiche. Dichiarandosi dopo tanti anni, il male insidioso ch'era frutto dello scompiglio e delle follie vergognose in cui s'era avvoltolato per vendicarsi dell'infedeltà della moglie, lo aveva acchiappato e attanagliato in quel modo orribile alla nuca, la quale difatti aveva, così dura e scoperta, un che d'osceno.

Gli occhi, pur fissi in quel loro spasimo acuto, avevano ancora tanta luce, che nessuno poteva pensare che l'Intelligenza in lui si fosse spenta. Ma facevano paura, quegli occhi. E i clienti uno dopo l'altro, abbandonarono lo Studio, dov'egli, puntuale ogni mattina, seguitò tuttavia ad aspettarli, seduto alla scrivania ormai sgombra di carte, guardando la bussola di panno verde ingiallito, che non s'apriva più. All'ora solita, chiuso lo Studio, si recava a passeggiare nel viale solitario, all'uscita della città, da cui si godeva una gran veduta di poggi e di vallate.

Dove quel viale svoltava per proseguire sulla costa un po' più sporgente della collina accanto, c'era una panchina a ridosso d'un cipresso. Il viale era tutto d'alberelli nuovi e freschi. Quel cipresso vi era come estraneo e solo. Perdute le scaglie, era divenuto per la vecchiaja una gigantesca pertica, liscia e morta, con un pennacchio appena in cima, come una spazzola da lumi. Nessuno mai andava a sedere sulla piccola panchina a ridosso di quel vecchio cipresso malauguroso. Vi andava a sedere il Cimino, per ore e ore, immobile, come un lugubre fantoccio che qualcuno per burla avesse posato lì.

Fu un poco prima di sera, ma già quasi a bujo. Stando egli a sedere su quella panchina, si vide passar davanti per il viale deserto il Papìa con una mano protesa come a parar l'ombra e l'altra che cercava col Bastone la via.

Lo chiamò.

La panchina, pur con tanto aperto davanti, aveva quel che di racchiuso fa l'ombra della sera attorno a ogni cosa che ancora si riesca a vedere.

Quegli, mezzo cieco, sentendosi chiamare, s'accostò e si protese a guardare: lo riconobbe e, come se un brivido gli passasse per le carni, stolzò e subito si mise a piangere con lo stomaco, sussultando; si abbatté sulla panchina, e i singhiozzi che non riuscivano ad arrivargli alla gola, s'appalesarono soltanto in un fiottar fitto del Naso.

Non si dissero nulla.

Sentendolo piangere, l'altro che non poteva voltare la testa, allungò una mano e gliela batté pian piano più volte su una gamba.

E rimasero così, appajati nell'atroce miseria da tutto il male che s'erano fatto e da cui nasceva, forse per un solo momento, quella disperata pietà che non li poteva più in nessun modo consolare.