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Non Vedenti, Braille e Tecnologie di Stampa

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Educare le mani a conoscere: Immagini e concetti corrispondenti alla realtà

Pubblicato il 10/08/2023 08:00 
 

La persona che non vede, dopo aver colto le prime “sensazioni tattili”, al fine di agevolare e velocizzare ulteriormente la comprensione globale di quel particolare oggetto – è opportuno che richiami subito alla propria mente le forme di altri oggetti analoghi precedentemente conosciuti ed appartenenti alla medesima famiglia. Avendo avuto già esperienza delle fattezze di un cane e delle sue peculiarità essenziali che caratterizzano quell'Animale come “cane”, per esempio, esplorandone un altro – sia pure per taglia e per razza differente – l'intelletto rievocherà alla mente il “concetto generico del cane”, ma mai quello di una capra o di un Cavallo o di qualsiasi altro Animale anche se ha due orecchie, quattro zampe e una coda.

Molto utili a tale scopo, ovviamente, sono le prime impressioni. Partendo da tale presupposto, infatti, il non vedente continuerà ad esplorare attentamente le varie parti dell'oggetto, ottenendone, alla fine, una rappresentazione globale, ma sufficientemente precisa e tale da appartenere unicamente a quel singolo oggetto.

Ma come procede la comprensione o la conoscenza del mondo mediante il Tatto?

Prendendo un oggetto tra le mani, di esso si percepisce immediatamente la sua Forma generica o grezza e assolutamente non definita. Soltanto in seguito, attraverso una palpazione attenta ed accurata, si individuano i vari aspetti particolari che permettono al non vedente di costruirsi una Immagine mentale corretta, precisa e specifica e attribuibile unicamente a quell'oggetto. La pera, che è contenuta tra le mani, somiglierà sicuramente a tante altre pere, ma, per alcune sue irrilevanti caratteristiche – talvolta non colte neppure dalla Vista – determineranno “quella pera specifica”e non un'altra.

Il compito di educare l'alunno che non vede ad esplorare con diligenza e intenzionalità quanto cade sotto il Tatto delle sue mani, come affermavo più e più volte, spetta inizialmente ai genitori e, successivamente, a tutti coloro che operano nell'ambito della Scuola.

Per cogliere tutte le sfumature sensoriali che consentiranno di costruirsi mentalmente e in tutte le sue sfaccettature quell'oggetto specifico e non un altro, anche se ad esso somigliante, si educhi il piccolo a muovere le sue manine e le dita in maniera coordinata, leggera, intelligente e intenzionale. Un simile comportamento, prolungato nel tempo, costituisce le premesse essenziali affinché il bambino costruisca nel suo intelletto immagini e concetti sempre più chiari, precisi e corrispondenti alla realtà.

Se ora le idee sono più chiare, non si può più non biasimare il bisogno interiore del bambino privo della Vista di toccare, di toccare quanto gli è consentito; alla stessa maniera di chi vede e non riesce a non volgere lo sguardo attorno a sé per restare in contatto con il mondo circostante. Vorrei ulteriormente ribadire, pertanto, che il non vedente non soltanto non deve essere disapprovato o addirittura ammonito per la sua irrefrenabile esigenza di conoscere attraverso le mani, ma, semmai, dev'essere incoraggiato, sollecitato, spronato a toccare tutto ciò che può cadere sotto le sue mani, purché, ovviamente, il toccare non pregiudichi l'incolumità del bambino stesso.

È comprensibile, poi, che tanto più prolungata e intensa sarà l'esplorazione manipolativa del piccolo, tanto più ampio sarà l'orizzonte delle sue conoscenze; quanto più numerose saranno le occasioni esperienziali, tanto più le immagini arricchiranno la sua mente e si delineeranno con chiarezza e dovizia di particolari e di dettagli.

Al docente accorto non sarà difficile verificare se il processo conoscitivo stia procedendo nella giusta direzione. Gli educatori, infatti – più di altre figure educanti – posseggono senz'altro tutti gli strumenti metodologici e didattici per verificare se le immagini mentali, quelle già acquisite dall'esperienza del bambino, corrispondono concretamente agli oggetti del mondo reale. È buona prassi pedagogica, anzi, che tale verifica sia effettuata frequentemente, affinché il bambino, a seguito di opportuni suggerimenti e correzioni, rimuova quanto prima dal suo “cassetto della memoria” concetti ed immagini difformi dal reale.

Per essere certi che il bambino stia acquisendo immagini realistiche del mondo tridimensionale, è buona abitudine ed un ottimo strumento di verifica che questi verbalizzi l'oggetto. Si presti la massima attenzione, però, e non si gridi immediatamente al miracolo, poiché, spesso, il verbalizzare tende a trasformarsi in “vuoto verbalismo”,nascondendo un grande divario tra descrizione orale e conoscenza effettiva. È necessario essere accorti, poiché, non è raro notare che il piccolo pronunci parole e nomi di oggetti o esprima azioni senza conoscerne l'autentico significato.

Eppure, la facilità di verbalizzare del piccolo, frequentemente è ritenuta da genitori e docenti – un po' per autocompiacimento, un po' per esibizionismo – una grande conquista, quasi la fase conclusiva di un grande impegno personale. Mai accontentarsi, però, della verbalizzazione, poiché tale modalità è semplicemente e soltanto il primo stadio per una successiva e più sicura verifica.

Dopo il momento della verbalizzazione, infatti – per accertarsi che il processo conoscitivo stia procedendo correttamente – sarà opportuno che il docente faccia modellare all'alunno l'oggetto mediante materiali plasmabili, come argilla, cera pongo, das o altri materiali affini. L'ultima fase, poi, quando si è certi che il concetto a livello mentale è ormai ben chiaro nei vari dettagli, sarà opportuno che l'oggetto sia rappresentato mediante il Disegno in Rilievo, passando dalla fase tridimensionale più realistica a quella bidimensionale, utilizzando gli strumenti di volta in volta più efficaci.

Ed allora si abbia il “coraggio” di impegnare l'alunno privo della Vista non soltanto nelle attività manipolative e grafo-plastiche, ma soprattutto in quella del Disegno, considerato che, allo stesso tempo, tale attività educherà la mano ad essere più efficiente ed agile, oltre che sviluppare il tono muscolare delle mani, ma anche, e direi soprattutto, a schematizzare la realtà tridimensionale.

Si superi l'errato preconcetto fin qui troppo generalizzato nell'ambito scolastico – figlio di una ingiustificata e persistente disinformazione – secondo il quale impegnare gli alunni privi della Vista nelle attività plastiche-manipolative ed ancor più nel farlo disegnare, è tempo sprecato. È un preconcetto riprovevole e contrario ad ogni principio della metodologia e della Didattica tiflologica. Né si adduca l'alibi della mancanza di sussidi a ciò adatti, perché, oggi più di ieri, l'Industria pone a disposizione della Scuola una vasta gamma di materiali plasmabili e di strumenti appositamente ideati.

Se vi fosse una più adeguata informazione tiflologica in merito alle opportune e vantaggiose finalità conseguibili dall'alunno privo della Vista mediante le attività manipolative, alla Didattica del “fare” sicuramente si dedicherebbe più spazio e attenzione, risvegliando interessi conoscitivi sopiti e riattivando una vena creativa spesso inespressa.

La Traduzione o il passaggio delle immagini mentali alla Forma grafo‑plastica, anche se costituisce un lavorio non sempre facile o semplice, è tuttavia necessario e fondamentale, poiché costituisce lo strumento più diretto e veritiero per verificare la qualità, la chiarezza e la concretezza delle immagini e dei concetti. Soltanto a seguito delle riproduzioni tridimensionali prima e bidimensionali successivamente, si potrà verificare come e quanto il processo educativo stia producendo conoscenze pertinenti e corrette del mondo reale. L'attività plastica e il Disegno in Rilievo divengono, allo stesso tempo, quindi, mezzo e strumento di verifica e di valutazione del proprio impegno e del proprio Lavoro.

Delle tecniche e dei sussidi più pertinenti da utilizzare in tali attività, sarà, comunque, argomento da trattare in un prossimo ragguaglio.

Credo che riesca più semplice ora comprendere che “l'Educazione della mano” non s'improvvisa, né si consegue facendo toccare a malapena e timidamente un oggetto e ancor meno facendo sobbalzare di qua e di là le mani dell'alunno su di una superficie da esplorare. Per comprendere chiaramente lo spazio oggetto della sua conoscenza, l'alunno necessita di muovere lentamente e consecutivamente le mani su di esso. “L'Educazione della mano”, – come mi son permesso di mettere precedentemente in Rilievo – è un processo lento e paziente che deve essere avviato dai genitori sin dal primo anno di vita del piccolo, ponendo tra le sue manine mille oggetti o giocattolini con i quali il bambino eserciterà la sua prensione e la sua sensorialità Tattile. Tale processo educativo, come si può facilmente immaginare, non si esaurisce in un determinato arco di tempo, tant'è che esso prosegue con spontanea naturalezza anche nell'ambito scolastico e nel proseguo della vita quotidiana.

Considerato che le famiglie, spesso, anzi molto spesso, sono impegnate ad affrontare i primi anni del loro bimbo facendo appello unicamente al loro buonsenso, mi permetto di suggerire alcune indicazioni generiche, ma sicuramente molto utili.

Si parta dal presupposto che il bimbo – e desidererei tanto che tale principio fosse definitivamente ben chiaro e interiorizzato da tutti – non vedendo gli oggetti presenti nello spazio circostante che gli pullulano attorno, non sarà mai sua sponte spronato a indirizzare la sua attenzione e, conseguentemente, le sue manine verso un qualcosa che non ritiene essergli accanto. Ciò accade in particolare quando gli oggetti, rimanendo in uno stato d'inerzia, non fanno giungere al piccolo alcun Suono o rumore. Ma è evidente che le primissime sensazioni tattili, olfattive e sonore il bimbo le riceve dalla sua mamma. Istintivamente egli di lei sfiora, accarezza, stringe il suo seno. Ne ascolta la Voce, spesso affettuosa, dolce e rassicurante, ma talvolta anche inquieta, agitata ed insicura. Ne avverte la sua presenza dai suoi passi nell'avvicinarsi o nell'allontanarsi, ma anche attraverso il particolare profumo del suo corpo, unico e inconfondibile.

Dal terzo/quarto mese di vita in poi – quando, con il maturare del sistema nervoso centrale, il piccolo avrà conseguito una più sicura capacità prensile – non si abbia timore di porre nelle sue manine oggetti o giocattolini vari, tali che, con il movimento o la pressione delle dita, emettano un lieve e piacevole Suono.

Comportamenti analoghi costituiscono senza dubbio momenti molto importanti per il bimbo, poiché stimolano il suo sviluppo intellettivo e la coordinazione motoria delle mani. Sarà prudente, in ogni caso, che gli oggetti siano possibilmente in gomma e che, nel contempo, non abbiano una Dimensione talmente minuta per evitare che, introdotti in Bocca, possano rappresentare un pericolo per l'incolumità del bambino.

In seguito, poi, quando il bambino diverrà più grandicello, per migliorare il processo “dell'Educazione della mano” e per “affinare il Tatto”, molto utile si dimostrerà la manipolazione di alcune piccole tavolette diversificate l'una dall'altra per la scabrosità delle superfici. Così come saranno di grande vantaggio, inoltre, tutte le costruzioni ad incastro, differenti anche queste per grandezza e per soggetto, così come molto proficuo è il telaio del “coloredo”, utilizzando chiodini dalla Forma e grandezza differenti. Tale comunissimo sussidio, tra l'altro,quando l'alunno frequenterà l'ultimo anno della Scuola dell'Infanzia, si rivelerà molto pratico anche per eseguire esercizi di prescrittura Braille, sostituendo egregiamente il vecchio e antiquato "casellario Romagnoli", da molti docenti ancora tanto decantato.

Sempre in questo periodo sarà utile utilizzare anche i comuni blocchi logici, avendo, però, l'accortezza di sostituire i consueti colori con una differente ruvidità delle superfici, al fine di porre anche il bambino privo della Vista nelle medesime condizioni dei suoi compagni eseguendo assieme i medesimi giochi od esercizi.

Considerato quanto esposto fin qui, è facilmente comprensibile che le persone prive della Vista non abbiano alcun impedimento o alcuna difficoltà per quanto concerne la conoscenza di oggetti che possono esser contenuti tra le due mani. Le difficoltà, però, si presentano nel momento in cui si trovano di fronte ad oggetti dalle dimensioni molto grandi: un Animale dalla grande stazza, (un Cavallo, una giraffa) o la facciata di un edificio.

Per una questione di massima sicurezza, sarà bene non porre mai un bambino, ma neppure un adulto, dinanzi ad un Animale feroce o pericoloso, come un leone, una tigre o un serpente velenoso, poiché potrebbero pregiudicare la loro incolumità.

Anche in tali casi, però, le difficoltà sono facilmente superabili se si avrà l'accortezza di sostituire “la realtà”con uno dei tantissimi modelli riproducente fedelmente e in perfetta scala l'l'oggetto che si intende far conoscere.

Per ragioni completamente opposte, invece, è opportuno che oggetti molto piccoli siano ingranditi, affinché il Tatto abbia la possibilità di conoscere tutte le sfaccettature dell'oggetto.

Con l'utilizzo dei modellini sarà così possibile osservare in tutte le sue parti l'insieme di un qualsiasi monumento o di una scultura più grande dell'ampiezza delle proprie braccia, come pure la Forma e le dimensioni di una Automobile, di un aereo, di una nave, di tutti gli autoveicoli destinati ai lavori e agli usi più diversi. Ma sarà possibile esaminare e conoscere anche la Forma e le varie parti di oggetti, come la composizione di un fiocco di neve o animali piccolissimi, come una mosca o una formica.

Considerato che vi è spesso la necessità di far ricorso all'utilizzo di modelli per compensare quanto le mani non riescono a cogliere direttamente dal mondo reale, è doveroso prediligere sempre esemplari più aderenti alla realtà. Non è assolutamente consigliabile, invece, utilizzare quelli stilizzati o deformati – così come accade frequentemente in questi ultimi decenni – poiché significherebbe far conoscere una realtà assolutamente inesistente e non conforme al vero. Si rammenti, e ciò è stato più volte ribadito, che la formazione dei concetti e delle immagini mentali del bambino privo della Vista si formano conseguentemente alla conoscenza degli oggetti. Non si dimentichi mai che, se le sensazioni percettive tattili saranno imprecise o difformi dalla realtà, la rappresentazione mentale sarà inadeguata e difforme.

A conclusione della funzione prioritaria che ha l'Educazione della mano nella conoscenza della realtà per la persona priva della Vista, mi sia consentito evidenziare un'altra raccomandazione altrettanto importante: si cerchi sempre che il bambino conosca sì gli oggetti che lo circondano, ma che realizzi, contestualmente, un'Immagine topografica mentale concreta e realistica dell'Ambiente familiare. Non si può pretendere che l'alunno sia autonomo, se non gli si fa sperimentare, conoscere “vedere” l'Ambiente di vita, sia quello familiare, sia quello scolastico. Le immagini topografiche mentali non si formano stando seduti, ma ripercorrendo più e più volte il medesimo Percorso. Sono immagini che si strutturano lentamente mediante l'esperienza ed imparando a sfruttare appieno la “percezione aptica”e le varie “cinestesie muscolari”. Per conseguire tali abilità, occorre educarsi ad una maggiore attenzione, concentrazione e pazienza, al fine di raccogliere tutti i dati possibili, per costituirsi una Immagine globale e sintetica.

Per questa ragione si raccomanda che la conoscenza degli oggetti tramite il Tatto sia frutto di un “atteggiamento attivo, volontario, intenzionale e interessato”. È doveroso vigilare, però, che gli oggetti non siano soltanto conosciuti, ma che si acquisisca la capacità di “collocarli mentalmente” al loro posto effettivo nello spazio, poiché all'Autonomia personale, prioritariamente, deve mirare l'intero processo conoscitivo della persona priva della Vista.